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1861 - 2011: BREVE STORIA DEMOGRAFICA DELL'ITALIA UNITA
                        
                                                                                                                                
                                      


Il nostro Paese compie 150 anni e sembra utile ripercorrer le tappe della sua storia anche dal punto di vista demografico, per capire come eravamo e come (e quanti) siamo diventati. Dal 1861 ogni dieci anni (salvo qualche eccezione) si tiene un censimento della popolazione residente; ora tale servizio viene svolto dall’Istat, che rende disponibili le informazioni raccolte  (http://www.istat.it/censimenti/).
Scorrendo i numeri si può facilmente osservare come, in un secolo e mezzo, la popolazione sia più che raddoppiata. Si tenga conto delle variazione nei confini dello Stato: nel 1861 mancavano ancora all’appello Lazio, Veneto, Trentino e Friuli; dopo il 1945 abbiamo perduto Istria e Dalmazia ecc.

Ciò che il mero dato quantitativo non mostra è l’evoluzione dei costumi, ossia la cd. "transizione demografica": il passaggio da alti livelli di mortalità e di natalità, e bassi livelli di entrambi i fattori, che segna ancor oggi per un paese il passaggio dall’arretratezza allo sviluppo. Se all’alba dell’unità d’Italia infatti le donne avevano in media 3,8 figli ciascuna, ora il tasso di fecondità è di 1,4 (sotto il livello di sostituzione); se la vita media era di soli 33 anni, ora la speranza di vita è di 79 anni per gli uomini e 84 per le donne. Nel breve-medio periodo la popolazione continua a crescere, perché i fattori che determinano il calo della mortalità (medicina, alimentazione…) producono effetti immediati, mentre i cambiamenti di mentalità che portano a un declino della natalità richiedono tempi più lunghi.

1861, I censimento: 22 milioni 182 mila (aggiungendo il Triveneto sarebbero circa 26 milioni). “Fatta l’Italia, bisogna fare gli Italiani” disse D’Azeglio in quell’occasione; è da escludere però che lo intendesse in senso demografico…
1871, II censimento: 27 milioni 304 mila.
1881, III censimento: 28 milioni 953 mila. E’ in corso la seconda rivoluzione industriale: i progressi della medicina e dell’igiene consentono un calo della mortalità e quindi un incremento della popolazione.
1901, IV censimento: 32 milioni 966 mila.
1911, V censimento: 35 milioni 845 mila. La carneficina della prima guerra mondiale è alle porte. E’ plausibile che la pressione della crescita demografica in tutta Europa abbia fatto da propellente ai nazionalismi.
1921, VI censimento: 39 milioni 944 mila
1931, VII censimento: 41 milioni 652 mila. Il fascismo, in base alla convinzione che “il numero è potenza”, incoraggia in vari modi (tra cui la famosa tassa sui celibi) l’incremento demografico.
1936, VIII censimento: 42 milioni 994 mila
1951, IX censimento: 47 milioni, 516 mila. Siamo agli inizi dello sviluppo economico e del consumismo, che ha come effetto il cd. “baby boom”. Il quale però durerà poco: seguirà l’attuale  modello di crescita zero.
1961, X censimento: 50 milioni 624 mila
1971, XI censimento: 54 milioni 137 mila. In Italia continua la contestazione: si mettono in discussione la politica, il lavoro, la famiglia, la scuola ecc. Il tema demografico resta invece fuori dall’attenzione; proprio nel 1968 Paul Ehrlich aveva dato alle stampe “The population bomb”.
1981, XII censimento: 56 milioni 557 mila
1991, XIII censimento: 56 milioni 778 mila: gli ultimi due decenni del secolo rappresentano il punto di equilibrio, in cui sostanzialmente la popolazione rimane stabile (poi riprenderà a crescere con l’immigrazione). Non è forse un caso che, considerando il potere d’acquisto reale, il nostro paese abbia goduto in questo periodo del maggior benessere diffuso. Per tutti i sostenitori della decrescita, è un modello a cui guardare.
2001, XIV censimento: 56 milioni 996 mila

Il prossimo censimento è in programma per quest’anno. Le statistiche più recenti quantificano la popolazione residente in Italia nel 2011 in circa 60 milioni e 600 mila persone; la densità media è di 200 abitanti per km². Il saldo naturale è lievemente negativo, ossia il numero dei nati è inferiore a quello dei morti. La crescita della popolazione è perciò dovuta ai flussi migratori dall’estero, in riferimento ai quali l’Italia si conferma tra i paesi d’Europa con più forza attrattiva (forse proprio a causa della bassa natalità?). Va considerato però anche il rovescio della medaglia, ossia l’emigrazione, senza la quale i dati dei censimenti sarebbero ben diversi: si stima infatti che dal 1861 ad oggi siano circa 29 milioni gli Italiani emigrati in altri paesi.