ITALIA: LA DENATALITA' COME OPPORTUNITA'
                        
                                                                                                                                
                                           


Attenzione: il contenuto di questo articolo apparirà ai più controcorrente e fuori dal comune (uno dei casi in cui senso comune e “buon senso” non vanno di pari passo). La tesi sostenuta, in sostanza, è che anche l’Italia soffre di un problema di sovrappopolazione, e che perciò il naturale calo della natalità non è un problema da risolvere, bensì un buon segno e un’opportunità da sfruttare.

Situazione
La popolazione residente in Italia, in base agli ultimi dati Istat ammonta a 58,7 milioni di persone. Posto che il territorio italiano occupa una superficie di circa 300.00 km², la densità media è di 195 abitanti per km². Si tratta di una densità demografica tra le più alte in Europa; per la precisione siamo al quinto posto dopo Paesi Bassi (397 abitanti per km²), Belgio (340), Regno Unito (250) e Germania (231). Si consideri, inoltre, che l’Europa occidentale è già di per sé una delle aree del pianeta con il rapporto più critico tra popolazione e territorio: la media mondiale è infatti di 41 abitanti per km².
Il cittadino italiano ha quindi un po’ più di spazio a disposizione rispetto a chi risiede negli Stati che ho nominato, ma in compenso sta molto peggio rispetto a paesi come la Polonia (123), la Francia (112), la Spagna (80), per non parlare di Svezia (20), Norvegia (14) e Islanda (3 abitanti per km²!).
Occorre sottolineare che, all’interno del Paese, ci sono notevoli differenze tra una regione e l’altra. Ad alzare la media ci sono soprattutto la Campania (419 abitanti per km²), la Lombardia (379 - che è anche la regione più popolosa, con i suoi oltre 9 milioni di residenti), il Lazio (297) e il Veneto (246). Si tratta di numeri considerevoli, che avvicinano la densità abitativa di questi territori non solo al primato europeo dei Paesi Bassi, ma addirittura a quello degli Stati più sovrappopolati del mondo (escludendo città-Stato e isolette), come ad esempio la Corea del sud (462), il Libano (386) e il Giappone (336). Tutto ciò non avviene senza conseguenze pratiche. Non è un caso se le zone, dove l’intensità di popolazione è maggiore, sono anche quelle che devono fronteggiare maggiormente problemi come il traffico, l’abusivismo edilizio, le difficoltà nello smaltimento dei rifiuti, l’espandersi delle aree edificabili a danno di quelle agricole e naturali, la protesta delle popolazioni contro ulteriori infrastrutture… fenomeni difficilmente concepibili anche solo un secolo e mezzo fa (nel 1861 eravamo ancora 26 milioni).

Tendenze
La buona notizia è che in Italia la crescita demografica è cessata. Come in tutti i Paesi occidentali (ma da noi in misura anche maggiore), il tasso di fecondità, ossia il numero medio di figli per donna, è sotto il livello di ricambio tra generazioni, che è di 2,1 figli per donna. Attualmente la media si aggira intorno a 1,33 figli per donna.
Nel 2005, come si verifica da alcuni anni,il saldo naturale tra nascite (554.022) e decessi (567.304) è stato negativo (di 13.282 unità per la precisione). Ossia sono morte più persone si quante ne sono nate, il che significa che la popolazione dovrebbe diminuire. Tuttavia la popolazione residente nel nostro Paese è comunque aumentata (di 289.336 unità), in conseguenza dei flussi migratori. Si tratta di una cifra rilevante, pari una un cittadina di medie dimensioni. Si tenga conto, inoltre, che le statistiche non tengono conto degli immigrati irregolari, di cui è ardua la quantificazione, ma che di fatto risiedono nel territorio italiano.

Vantaggi della decrescita
Se trascuriamo per un attimo gli allarmi lanciati dai mezzi di comunicazione, potremmo immaginare come sarebbe vivere in una nazione meno affollata. Ci riferiamo a un calo demografico lento e constante, che permetta allo stato sociale di subire gli opportuni aggiustamenti, non a un crollo improvviso e rovinoso (come ad esempio nel Trecento, quando la peste ha ridotto la popolazione di un terzo in pochi anni). Questo è proprio ciò che si sta verificando: in base alle previsioni Istat, nel 2050 saremo 55,9 milioni contro i 58,7 di oggi; un lieve calo nel corso di un periodo piuttosto lungo.
L’evidenza è che in meno si vive meglio, soprattutto quando il territorio in cui si abitata è uno dei più urbanizzati del pianeta. Pensiamoci: meno traffico automobilistico, più parcheggi, più posti liberi sui treni, meno file nei supermercati e nei musei… Minore necessità di case e quindi più facilità di trovare alloggi a prezzi ragionevoli (anche in affitto). Meno inquinamento, meno smog, meno effetto-serra. Meno bisogno di risorse energetiche (e quindi meno dipendenza dal petrolio e dalle fonti non rinnovabili) ed alimentari. Più spazi verdi, più facilità di proteggere le specie animali e vegetali, e la possibilità di smantellare una parte delle infrastrutture superflue (i palazzoni dei quartieri-dormitorio, piuttosto che le villette costruite a pochi metri dalla costa) per far spazio alla natura. Probabilmente più agio per i giovani nel trovare un posto di lavoro, meno precariato, e stipendi più alti per i lavoratori (il che avviene ogniqualvolta la forza-lavoro si fa rara e preziosa).

Problemi
Se il decremento demografico si mantiene moderato, lo scenario è invitante. Ma ogni qualvolta politici e giornalisti menzionano la decrescita, lo fanno dando invece per presupposto che sia una disgrazia e che occorra porvi rimedio. Quali sono i problemi che vengono evocati per giustificare queste preoccupazioni?
Spesso si tratta di un’immagine, più che un concetto razionale: quella di un “paese di vecchi”, senescente, con una quantità di giovani ridotta al lumicino. E tuttavia qui si confonde il calo demografico con un fenomeno diverso e indipendente da esso, ossia l’invecchiamento della popolazione. L’ invecchiamento consiste in un continuo aumento della longevità della popolazione, dipendente dai progressi della medicina e delle tecnologie. Però, il fatto che la vita media sia passata da 30 anni, come era nel medioevo, ai quasi 80 di oggi, è un fenomeno in sé positivo. Se esso crea anche degli “effetti collaterali” (come la minor percentuale di popolazione attiva rispetto a quella inattiva, e il maggior bisogno di assistenza e di cure), si tratta di problemi privi di una possibile soluzione (se non immaginare, come in certi film di fantascienza, che i vecchi, ad una certa età, vengano soppressi o abbandonati dalla comunità). Altra cosa è, invece, il calo demografico, che dipende dalla minore natalità. Ma meno bambini significa anche meno vecchi in futuro, e quindi verrà il momento in cui, passata la generazione precedente (comparsa quando il tasso di fertilità era maggiore), il numero dei vecchi sarà di nuovo in equilibrio con quello dei giovani, ma su livelli più bassi.
In effetti, una questione spesso discussa è quella delle pensioni: come faranno i giovani (in diminuzione) a pagare le pensioni di vecchiaia di un numero crescente di anziani? Il problema lo sta già vivendo l’Europa in questi anni, seppur in misura più limitata di quanto sarà in futuro. Le soluzioni sono chiare e adottate in modo simile nei vari paesi: innalzamento dell’età pensionabile (del resto, alzandosi la vita media, è impensabile che uno possa trascorrere un terzo della sua esistenza senza lavorare); e passaggio al sistema contributivo, per cui saranno i lavoratori stessi a finanziare in anticipo la propria pensione, e non le generazioni future.
Ma alcuni, di solito economisti, non sono ancora soddisfatti. Ammoniscono che senza crescita demografica non c’è crescita economica, prefigurando un futuro di crisi e povertà. In realtà, il dato da tenere d’occhio non è il Pil in sé (a parte i dubbi sul fatto di misurare la qualità della vita in termini di Prodotto interno lordo), ma in Pil pro-capite. E’ ovvio che un popolazione piccola o in diminuzione avrà un Pil inferiore, ma questo non ci dice nulla sul reddito pro-capite. Così il Pil della Svizzera (7 milione e mezzo di abitanti ) o della Danimarca (5 milioni e mezzo), non è comparabile con quelli della Cina e dell’India (che sorpassano ciascuna il miliardo di abitanti), ma in media uno Svizzero o un Danese sono molto più ricchi dei loro omologhi asiatici. E anzi, proprio un rapido incremento demografico può vanificare ogni progresso economico: se, ad esempio, una nazione crescesse anche del 7% ma la sua popolazione cresce del 10%, in media ogni cittadino si ritrova più povero dell’anno precedente, avendo meno risorse a disposizione.

Immigrazione
Quali politiche occorre promuovere in Italia per assecondare e salvaguardare questa tendenza alla decrescita?
Si è detto come il calo demografico non si è ancora effettivamente realizzato per effetto del saldo migratorio positivo (ossia ci sono molti più immigrati che emigranti). Si crea pertanto la necessità di porre sotto controllo i flussi migratori. Si sente spesso fare l’apologia o la critica dell’immigrazione, e gli argomenti di tipo economico presentati a favore (gli immigrati fanno i lavori che gli Italiani non vogliono fare, e quindi portano sviluppo) sono contrastati con pari ragioni (gli immigrati fanno lavori che gli Italiani non farebbero a quelle condizioni, ossia sottopagati, e quindi gli unici a guadagnarci sono quelli che li sfruttano). Ad ogni modo, l’immigrazione è un fenomeno do portata mondiale che sarebbe ingenuo pensare di poter arrestare. Il problema è regolamentare i flussi: quanti immigrati può sostenere il nostro Paese, già così densamente popolato? Non condivido l’atteggiamento di chi minimizza questo problema, rilevando come le previsioni annunciano nel lungo periodo una diminuzione della popolazione in Italia, nonostante l’apporto dell’immigrazione. Infatti tale stime si basano sul volume attuale dell’immigrazione, ma nulla ci garantisce che nei prossimi decenni la pressione sulle nostre frontiere non aumenti in modo esponenziale.
Queste considerazioni non devono farci accomunare a quei movimenti politici che fanno della lotta all’immigrazione il proprio cavallo di battaglia, ma con argomentazioni di sapore razzista e demagogico. Il vero motivo di questo atteggiamento di allarme risiede nel fatto oggettivo che un’immigrazione incontrollata fa perpetuare la crescita demografica, aumentando la pressione sul nostro ambiente e sulle nostre risorse, già gravemente provati. A ciò si aggiunge che gli immigrati spesso, per le tradizioni culturali da cui provengono, hanno tassi di fecondità più alti di quello italiano, e quindi il loro effetto sulla popolazione si moltiplica e si ripercuote nelle generazioni.
D’altra parte, non ci si può illudere che permettere un’immigrazione selvaggia possa far risolvere i problemi del Terzo Mondo. Il numero di poveri del pianeta è talmente elevato che, anche se accogliessimo un numero 10 volte superiore di immigrati, la situazione non cambierebbe. Molto meglio, invece, sarebbe aumentare gli aiuti allo sviluppo (tra i quali è compresa la pianificazione familiare): la percentuale del Pil che l’Italia dedica a questo scopo è tra le più basse d’Europa. Concretamente, controllare i flussi significa individuare delle quote annuali e porre una distinzione netta tra immigrati regolari (che rientrano in questa quota) e clandestini, che devono essere, ahi noi, rimpatriati. Non si può quindi che disapprovare l’abitudine a introdurre sempre nuove sanatorie, o le proposte di abolire (che è diverso da migliorare) i cd. Centri di detenzione temporanea (posto che finora non si è trovato altro mezzo per garantire l’espulsione)

Sostegno alle famiglie
Favorire il calo demografico significa anche governarlo, impedire che sfugga di mano. A questo proposito, viene in mente la proposta di alcune forze politiche (diciamo “di centro”) di introdurre misure di sostegno alla famiglia e alla natalità (assegni per la nascita dei figli, alle famiglie numerose ecc.). Ciò avviene nella maggior parte dei Paesi europei in misura molto più rilevante che in Italia (che destina a questo scopo solo il 3,8 della spesa sociale). A differenza di quanto pensano alcuni che condividono il presupposto della decrescita, non sarei del tutto contrario a queste proposte, per i seguenti motivi.
Innanzitutto, tali provvedimenti, al di là delle intenzioni dichiarate, non avrebbero l’effetto di far crescere la popolazione (come avveniva ai tempi del fascismo), ma di attenuarne il tasso di diminuzione. Nessuno Stato è mai riuscito, attuando simili politiche, a invertire la tendenza e a riportare il tasso di fecondità sopra il 2,1 %, ed è ancor più improbabile che ci riesca il nostro, considerando l’enorme debito pubblico e quindi la probabile scarsità delle risorse utilizzate. L’utilità di un intervento in questo senso si deve al fatto che l’attuale tasso di natalità (o uno ancora minore) appare troppo basso per assicurare un calo demografico lento e graduale: allora sì che si potrebbero avverare i presagi negativi dei nostri avversari. Ovviamente i contributi dovrebbero essere erogati in maniera oculata e non a pioggia, ad esempio solo per il primi due figli, e magari su base regionale, in modo da escludere quelle aree dove la natalità è già elevata.
In secondo lungo, bisogna guardare nel lungo periodo: un decremento della popolazione va bene per qualche decennio, o magari per un secolo, ma poi? Non possiamo calare all’infinito, altrimenti il destino è l’estinzione della nostra civiltà (ogni generazione è meno numerosa della precedente fino ad arrivare a zero). Non è questo ciò che ci si propone. Il tasso di fecondità deve quindi, prima o poi, attraverso incentivi sempre più consistenti, ritornare al livello del tasso di ricambio, in modo che si ristabilisca l’equilibrio tra i morti e i nati.

Chi rema contro
Come spiegare il tabù che impedisce alla maggioranza di riconoscere che l’Italia è sovrappopolata? In parte si tratta di una sorta di riflesso condizionato culturale, per cui ciò che cresce, che progredisce (ad es. a livello economico) è buono, mentre ciò che è fermo o addirittura regredisce è cattivo. Ovviamente non ci sono basi razionali in questo pregiudizio (anche un cancro si espande continuamente…)
Alcune categorie invece si oppongono all’idea per motivi “ideologico-emotivi”: una parte dei Cattolici che vede nel “crescete e moltiplicatevi” una sorta di obbligo morale valido per sempre; una parte della sinistra che paventa dietro ogni discorso demografico incubi razzisti ed eugenetici.
Ma i veri nemici della decrescita sono i poteri economici e i politici che li rappresentano. Gli imprenditori sono terrorizzati da possibili contrazioni dei propri guadagni: meno popolazione significa giustamente meno consumatori e meno merci vendute. Le aziende temono inoltre che un assottigliamento della forza-lavoro, con una conseguente maggiore difficoltà di trovare e sostituire il personale, comprometta il rapporto di forza acquisito in questi anni a danno dei sindacati. Gli economisti ortodossi sono spaventati da una prospettiva di diminuzione del Pil (ma si è già detto che ciò che conta è il reddito pro-capite) che inevitabilmente seguirebbe a un calo demografico.
Ci sono infine quelle forze politiche vedono nella decrescita un oltraggio al prestigio e alla grandezza nazionale. Si domandano preoccupati: quanto sarà potente l’Italia sullo scenario internazionale (all’Onu, nell’Unione Europea, nella Nato ecc.) se, anziché avere 58 milioni di abitanti, ne avesse 50 o 40 milioni? Io credo, invece, che ciò che interessa veramente agli Italiani sia la qualità della vita.

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