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IMPORRE LA PROPRIA LINGUA
                                EQUIVALE A IMPORRE IL PROPRIO PENSIERO



     intervista di Michel Feltin-Palas a Claude Hagège
                                                                                            


        
Bisogna preoccuparsi per il predominio della lingua inglese? Le lingue nazionali scompariranno? Senza sciovinismi né arcaismi, il linguista Claude Hagège fa il punto della situazione.

La Settimana della lingua francese, appena terminata, non è stata sufficiente a confortare Claude
Hagège. Poiché l’osservazione del grande linguista è inappellabile: mai, nella storia dell’umanità, una lingua è stata “paragonabile, per diffusione nel mondo, di quanto lo sia oggi l’inglese”. Egli sa bene quel che si dirà: che la difesa della lingua francese è una battaglia sorpassata, francocentrica, antiquata. Una mania da vecchi scontrosi refrattari alla modernità. Ma non se ne cura. Poiché, ai suoi occhi, il predominio della lingua inglese, non soltanto costituisce una minaccia per il patrimonio dell’umanità, ma è carico di un rischio ben più grave: lo sfociare di questa “lingua unica” su un “pensiero unico”, ossessionato dal denaro e dal consumismo. Ci rassicura il fatto che se Hagège è preoccupato non è certo disfattista. Lo prova quest’intervista dove ciascuno ha quel che si merita...


Come si arriva alla decisione di consacrare la propria vita alle lingue?
Non lo so. Sono nato e cresciuto a Tunisi, una città poliglotta. Ma non credo che questa sia l’unica spiegazione sufficiente: i miei fratelli non hanno affatto seguito questa strada.

Quali lingue ha imparato da bambino?
A casa parlavamo in francese, ma i miei genitori mi hanno fatto frequentare in parte i miei studi in lingua araba - e ciò dimostra la loro apertura di spirito, dato che l’arabo era allora considerato come la lingua dei colonizzati. Ho appreso anche l’ebraico, sia biblico che israeliano. E infine ho imparato l’italiano, che utilizzavano alcuni tra i miei insegnanti di musica.

Quante lingue parla?
Se devo contare gli idiomi di cui conosco le regole, posso menzionarne alcune centinaia, come la maggior parte dei miei colleghi. Se si tratta di enumerare quelle nelle quali mi so esprimere correntemente, la risposta sarà una decina.

Molti francesi pensano che la loro lingua sia tra le più difficili e che, per questo motivo, sia “superiore” alle altre. E’ davvero così?
Assolutamente no. In primo luogo, non esistono lingue “superiori”. Il francese non è stato imposto, a svantaggio del bretone o del guascone, grazie alle sue supposte qualità linguistiche, ma poiché era la lingua del re e poi quella della repubblica. E’ sempre così, del resto: una lingua non si sviluppa mai grazie alla ricchezza del suo vocabolario o alla complessità della sua grammatica, ma perché lo Stato che la utilizza è potente militarmente - così è stato, ad esempio, per il colonialismo - o economicamente, così è per la “globalizzazione”. In secondo luogo, il francese è una lingua meno difficile che il russo, l’arabo, il georgiano, la lingua fula o, soprattutto, l’inglese.

L’inglese? Ma tutto il mondo, o quasi, lo utilizza!
Molti parlano un inglese “da aeroporto”, che è molto diverso! L’inglese degli autoctoni resta una lingua ardua. Specialmente la sua ortografia è particolarmente difficile: pensate che ciò che si scrive “ou” si pronuncia, per esempio, in cinque modi diversi in through, rough, bough, four et tour!
Inoltre, si tratta di una lingua imprecisa, e ciò rende tanto meno accettabile la pretesa all’universalità.

Imprecisa?
Esattamente. Prendiamo la sicurezza aerea. Il 29 dicembre 1972, un aereo si è schiantato in Florida. La torre di controllo aveva ordinato: “Turn left, right now”, ovvero “Girate a sinistra, immediatamente”. Ma il pilota aveva interpretato “right now” come “a destra ora”, e ciò ha provocato la catastrofe. Anche in diplomazia, la versione inglese della famosa risoluzione 242 dell'ONU del 1967, raccomanda il "withdrawal of Israel armed forces from territories occupied in the recent conflict". I paesi arabi avevano ritenuto che Israele dovesse ritirarsi “dai” territori occupati - sottinteso: da tutti. Mentre Israele aveva considerato sufficiente ritirarsi “da” territori occupati, cioè da parte di essi soltanto.

Questo è un buon motivo per muovere una guerra così violenta contro la lingua inglese?
Io non faccio la guerra contro l’inglese. Io faccio la guerra contro coloro che pretendono di fare dell’inglese una lingua universale, poiché questo predominio rischia di causare la scomparsa delle altre lingue. Io combatterei così energicamente il giapponese, il cinese o anche il francese se avessero la stessa ambizione. Accade oggi che è l’inglese che minaccia le altre lingue, poiché mai, nella storia, una lingua è stata usata in tale proporzione sui cinque continenti.

Cosa c’è di spiacevole? L’incontro fra culture non è sempre un arricchimento?
L’incontro fra culture, sì. Il problema è che la maggior parte delle persone che affermano “bisogna imparare delle lingue straniere” non ne imparano che una sola: l’inglese. E ciò costituisce una minaccia per l’umanità intera.

Fino a che punto?
Soltanto le persone poco informate pensano che una lingua serva unicamente a comunicare. Una lingua costituisce anche un modo di pensare, una maniera di vedere il mondo, una cultura. In hindi per esempio, si utilizza la stessa parola per “ieri” e “domani”. Ciò ci stupisce, ma questa popolazione distingue fra ciò che è - oggi - e ciò che non è: ieri e domani, secondo questa concezione, appartengono alla stessa categoria. Tutte le lingue che spariscono rappresentano una perdita inestimabile, così come un monumento o un’opera d’arte.

Tra i 27 paesi dell’Unione Europea, non è utile adoperare l’inglese per comunicare? Spendiamo una fortuna in traduzioni!
Questa idea è stupida! La ricchezza dell’Europa risiede principalmente nella sua diversità. Come dice lo scrittore Umberto Eco, “la lingua dell’Europa, è la traduzione”. Poiché la traduzione - che costa meno di quanto si pensi - mette in rilievo le differenze tra le culture, le esalta, permette di comprendere la ricchezza dell’altra.

Ma una lingua comune è molto pratica quando si viaggia. E questo non implica l’eliminazione delle altre!
Ci pensi bene. La storia lo dimostra: le lingue degli stati dominanti conducono spesso alla scomparsa delle lingue degli stati dominati. Il greco ha inghiottito il frigio. Il latino ha ucciso l’iberico e il gallico. Ad oggi, 25 lingue scompaiono ogni anno! Comprenderà bene che io non mi batto contro l’inglese, io mi batto per la diversità. Un proverbio armeno riassume meravigliosamente il mio pensiero: “Tante lingue conosci, tante volte sei uomo”.

Lei va ben oltre, affermando che una lingua unica condurrà ad un “pensiero unico”...
Questo punto è fondamentale. Bisogna comprendere bene che la lingua struttura il pensiero di un individuo. Alcuni credono che si possa promuovere un pensiero francese in inglese: sbagliano. Imporre la propria lingua, equivale ad imporre il proprio modo di pensare. Come spiega il grande matematico Laurent Lafforgue: non è perché la scuola matematica francese è influente che può ancora diffondersi in francese; è perché essa divulga in francese che è potente, poiché ciò la conduce a strade di riflessione differenti.

Lei ritiene anche che la lingua inglese sia portatrice di una certa ideologia neoliberale...
Si. E questa, minaccia di distruggere le nostre culture nella misura in cui è focalizzata essenzialmente sui profitti.

Non la seguo...
Pensi al dibattito sull’eccezione culturale. Gli americani hanno voluto imporre l’idea secondo la quale un libro o un film debba essere considerato come un oggetto commerciale qualunque. Poiché essi hanno compreso che oltre a quella bellica, diplomatica e commerciale esiste anche una guerra culturale. Una lotta che essi intendono vincere per ragioni nobili - gli Stati Uniti hanno sempre valutato i loro valori come universali - e meno nobili: la standardizzazione degli spiriti è il miglior mezzo per vendere i prodotti americani. Pensi che il cinema rappresenta il prodotto d’esportazione più importante, ben più che le armi, l’aeronautica o l’informatica! Da ciò la loro volontà d’imporre l’inglese come lingua mondiale. Anche se si nota da un paio di decenni una certa riduzione della loro influenza.

Per quali ragioni?
Intanto perché gli americani hanno conosciuto una serie di sconfitte, in Iraq e in Afghanistan, che li ha resi coscienti del fatto che certe guerre si perdono anche per la mancanza di comprensione delle altre culture. Inoltre, perché internet favorisce la diversità: negli ultimi dieci anni, le lingue che hanno visto la più rapida crescita sul web sono l’arabo, il cinese, il portoghese, lo spagnolo ed il francese. Infine, poiché le popolazioni si mostrano legate alle loro lingue materne e si ribellano pian piano a questa politica.

Non in Francia, a quanto scrive... Lei si scaglia anche contro le “élite vassalizzate” che minerebbero la lingua francese.
Lo sostengo. E’ del resto un’invariante nella storia. Il gallico è sparito poiché le élite galliche si sono premurate di mandare i propri figli alle scuole romane. Le élite provinciali, più tardi, hanno insegnato ai loro figli il francese a danno delle lingue regionali. Le classi dominanti sono spesso le prime ad adottare la lingua dell’invasore. E succede ancora oggi con l’inglese.

Come se lo spiega?
Adottando la lingua del nemico, essi sperano di avere profitto sul piano materiale, assimilandosi ad esso per beneficiare simbolicamente del suo prestigio. La situazione diventa grave quando alcuni si convincono dell’inferiorità della propria cultura. In certi ambienti sensibili alla moda - specialmente la pubblicità, ma anche, perdonatemi se lo dico, il giornalismo - si ricorre agli anglicismi senza alcun motivo. Perché dire “planning” al posto di “pianificazione del tempo”? “Coach” al posto di “allenatore”? “Lifestyle” al posto di “modo di vivere”? “Challenge” al posto di “sfida”?

Per distinguersi dal popolo?
Senza dubbio. Ma coloro che si impegnano in questi piccoli giochi si danno l’illusione di essere moderni, mentre non sono che americanizzati. E si giunge a questo paradosso: sono spesso gli immigrati a dichiararsi i più fieri della cultura francese! E’ vero che essi si sono battuti per acquisirla: ne valutano apparentemente meglio il valore di coloro che si sono accontentati di ereditarla.

Cosa pensa di quei genitori che ritenendo di far bene spediscono i loro figli in Inghilterra o negli Stati Uniti per un soggiorno linguistico?
Io rispondo loro: “Perché non la Russia o la Germania? Sono dei mercati portanti e molto meno concorrenziali, in cui i vostri figli troveranno più facilmente lavoro”.

Non teme di essere etichettato come antiquato o petainista?
Ma in cosa è antiquato utilizzare le parole della propria lingua? E in cosa, il fatto di difendere la diversità, dovrebbe essere equiparato ad una ideologia fascistizzante? La lingua francese è alla base stessa della nostra rivoluzione e della nostra repubblica!

Perché gli abitanti del Québec difendono il francese con più impeto di noi stessi?
Perche loro sono più consapevoli della minaccia: essi formano un isolotto di 6 milioni di francofoni in mezzo ad un oceano di 260 milioni di anglofoni! Da ciò la loro straordinaria attività neologica. Sono stati loro, per esempio, ad inventare il termine “courriel” (e-mail N.d.T.) che invito i lettori di L’Express ad utilizzare!

La vittoria dell’inglese è irreversibile?
Assolutamente no. Sono già state adottate alcune misure positive: le quote di musica francese su radio e televisioni, gli aiuti al cinema francese, etc. Ahimè, lo stato non gioca sempre il suo ruolo. Complica l’accesso al mercato del lavoro dei diplomati stranieri formati da noi, sostiene insufficientemente la francofonia, chiude delle Alliances Françaises... I cinesi hanno aperto 1100 istituti Confucio nel mondo. Ce n’è uno anche ad Arras!

Se ci fosse una sola misura da prendere, quale sarebbe?
Tutto comincia alla scuola primaria, dove si dovrebbero insegnare non una, ma due lingue moderne. Poiché se si propone una sola lingua, tutti si precipitano sull’inglese e ciò aggrava il problema. Offrirne due, è aprirsi alla diversità.

Nicolas Sarkozy è solito agli errori di sintassi: “Ci si domanda a che è servito loro...” o ancora: “Ascolto, ma non ne tengo conto”. E’ grave, da parte di un capo di stato?
Può esserlo meno di quanto si creda. Guardi: ha rilanciato le vendite di La Princesse de Clèves da quando ha criticato questo libro di Madame de La Fayette! Ma è certo che de Gaulle e Mitterrand erano più colti e avevano un rispetto più grande per la lingua.

Il francese potrebbe essere il portabandiera della diversità culturale nel mondo?
Ne sono convinto, poiché esso dispone di tutte le caratteristiche di una grande lingua internazionale. Per la sua diffusione nei cinque continenti, per il prestigio della sua cultura, per il suo status di lingua ufficiale all’ONU, alla Commissione Europea o ai giochi olimpici. Ed anche per la voce singolare della Francia. Pensi che dopo il discorso di M. de Villepin all’ONU, che si opponeva alla guerra in Iraq, si è assistito ad un aumento di iscrizioni nelle Alliances Françaises.

Non è contraddittorio voler promuovere il francese a livello internazionale lasciando morire le lingue regionali?
Lei ha ragione. Non si può difendere la diversità nel mondo e l’uniformità in Francia! Da poco, il nostro paese ha cominciato ad accordare alle lingue regionali il riconoscimento che esse meritano. Ma sarebbe stato necessario non attendere che esse agonizzassero e non rappresentassero più alcun pericolo per l’unità nazionale.

Quindi ormai è tardi...
E’ tardi, ma non troppo. Bisogna aumentare i mezzi destinati a queste lingue, salvarle, prima che ci si accorga di aver lasciato affondare una delle grandi ricchezze culturali della Francia.



                                                                                            tradotto da Marilena Inguì di Tlaxcala