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TUTTO E' SHOP O LOW: FERMIAMO L'INGLESE



     Guido Ceronetti                                                                     da Corriere della sera, 10/09/2011                                        


        

Un estremo d'intransigenza dovrebbe essere applicato alla lingua, da noi che parliamo grandi lingue europee (greco, castigliano, francese, italiano, tedesco) perché ogni loro perdita, regressione, sconfitta, resa, per il nostro sforzo di essere è campana a morto. Noi viviamo della lingua che parliamo. Se grazie alla parola siamo esseri razionali, è per dono di lingua che siamo anche civili e cittadini. Tra declino linguistico e degenerazione politica e civile il legame è strettissimo. Volendo rifletterci, c'è materia. L' italiano sta rinunciando ad esserci.
Nella Tentazione di esistere, che Gallimard pubblicò nel 1956, già Emil Cioran ribolliva di lutto per il francese da lui adottato, ne analizzava crudelmente il declino. E citava il suo autore amato, Joseph de Maistre: «Ogni degradarsi individuale o nazionale è prontamente annunciato dal degradarsi proporzionale del linguaggio».
La liberazione della Francia nel 1944 spinse nell'uso, sùbito la sigla O.K. (O-Kai, che in francese suona sgradevolmente Oké ) e dei primi americanismi-anglismi da occupazione linguistica: e oggi di O.K. l' italiano, dove è entrato nel 1945, fa un uso, giovanile in specie, addirittura parossistico. Quella fessurina nel nostro paesaggio sonoro si è aperta una via trionfale, e oggi l'italiano è lingua ipnotizzata e ancillare dell'inglese. I giovani che non lo imparano sono tagliati fuori dalla vita relazionale, dal lavoro, dai viaggi. Tagliati fuori anche dalla comprensione dei linguaggi mediatici (più li penetri, più perdi intelligibilità del mondo), tecnici, giornalistici. Ma il bilinguismo strisciante non arricchisce per questo il loro vocabolario, essendo per lo più un bilinguismo degli stracci, e per ogni termine anglico maldigerito un buon pezzo di italofonia diventa deserto. Nessuno può dire quante belle e robuste locuzioni italiane vadano perse in un giorno.
Cioran scriveva, di sua reinvenzione, in un impeccabile francese moralistico da XVII-XVIII secolo, eppure non è fuori moda. Né, in casa sua, gli ho mai sentito dire un oké! Così Joseph Conrad, adottando l' inglese vittoriano, ne fece un modello di perfezione linguistica (benemerite le sue versioni col testo a fronte, da Mursia). Exegi monumentum, possono entrambi dire.
L' egemonia dell' inglese, nei Paesi delle lingue romanze, produce pessimo inglese e abbondanza di mostri. L'economia, smisurata piovra, introduce incessantemente tanta anglofonia bastarda da rendere anglofobi smaniosi d'indipendenza. Naturalmente il rigetto è elitario perché gli scandalizzabili sono pochi e il patriottismo linguistico è una zattera della Medusa, ma se ci unissimo, noi parlanti di lingue in estinzione, se coi nostri «drappi rotti» opponessimo all'inglese linguaggi in lingua il più possibile pura? Quindici puristi tra quanti scrivono di economia, argomento la cui prevalenza tematica è di per sé un segno di degradazione del pensiero, penetrata fino a monopolizzare i modi di espressione e a spegnerne l' essenza tragica, il bisogno di volare al di sopra di un divenire attuale di abbassamento - quindici, dico, sarebbero già una scuola e una bandiera di ribellione. Per quanto riguarda il gergo della Tecnica non c' è la minima speranza di emendarla: si può soltanto fuggirlo, turarsi il naso, salvarsene; è lingua di morti per morti. Chi ne assimila in gran numero acronimi e abbreviature, singhiozzi e rutti, è spiritualmente morto.
Una fortuna, per il francese, è stata il mantenimento del primo fonema per computer, che da noi si diceva correttamente calcolatore in tutte le sue incarnazioni si usa ordonnateur. Io, invecchiato uomo delle parole, sono preda di un invincibile imbarazzo per l'ortografia di computer in italiano: con la i al centro? In corsivo o in tondo? Ormai il tondo è d'obbligo, in ogni modo dovrò esprimermi in bruttura. Sono fino ad ora riuscito a torcere il collo a impatto e al suo verbaccio impattare, ma non è facile sottrarsi a espressioni coagulate come impatto ambientale . La lingua amata vorrebbe «urto ambientale»: il rischio però è non essere capiti.
Perché devo sentir dire: il mio business (parola dalla dolcezza di martello pneumatico) invece di «i miei affari»? A Milano, Piazza Affari diventerà Business Square? Perché, al posto di «a basso costo» devo parlare di low cost, e di last minute invece di ultimo minuto? E spread, subprime, quale eco hanno nel logos italiano?
Stanno vergognosamente, colpevolmente sparendo dalle vie commerciali come dalle periferiche le insegne italiane, le indicazioni di sede e servizi italiani, le referenze di ciò che trovi o cerchi italiane, tutta la più umile e indispensabile connotazione dell' arredo urbano nella lingua di chi viene, di chi passa di là. Tutto è shop, chi viene predestinato, non a fare acquisti, ma shopping, possibilmente non in rush hour.
Cittadino italiano passivo, cieco, incapace di reagire, teleguidato, non credere stupidamente che la questione della lingua non ti riguardi.