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SALVATAGGI

Quanto hanno speso gli Stati per salvare le banche dal fallimento dopo la crisi del 2008? Il più grande "fallimento del mercato" della storia del capitalismo è costato l'astronomica cifra di circa € 1600 miliardi in Europa (pari al 13% del Pil) e $ 1500 miliardi negli Stati Uniti. Si tratta dei fondi effettivamente versati: se conteggiamo la garanzie prestate, la cifra sarebbe molto più grande. La crisi iniziò negli Usa: l'unica lasciata fallire fu Lehman Brothers, poi il governo intervenne con massicce ricapitalizzazioni e nazionalizzazioni (Fannie Mae, Freddie Mac, Aig, Bear Stearns, Bank of America, Citigroup...).
In Europa i paesi più generosi in rapporto al Pil sono stati Irlanda (es. 30 miliardi per Anglo-Irish bank), Gran Bretagna (Lloyds, Northern Rock, Royal bank of Scotland, Bradford and Bingley...) e Germania (es. 16 miliardi per Commerzbank, West Lb...); ma non vanno dimenticati Francia (es. 11 miliardi per Dexia), Spagna (es. 18 miliardi per Bankia) e Olanda (Sns Reaal). A ciò va aggiunto il denaro "regalato" alle banche dalla Bce (v. Ltro). L'Italia, che ha un sistema creditizio ancora tradizionale e meno incline alla speculazione, è tra i paesi che ha speso meno: 15 miliardi, compresi i "Tremondi bond" e il salvataggio di Montentepaschi (3,7 miliardi).
Non stupisce che gli Stati si siano trovati a loro volta in difficoltà: tipico il caso delle banche irlandesi e spagnole, il cui salvataggio ha fatto esplodere il debito pubblico dei rispettivi paesi. Ma a questo punto subentra il colpo di genio degli economisti liberisti: anziché fare autocritica (visto che la crisi è frutto proprio delle loro teorie), addossano la colpa al modello di Stato europeo, troppo prodigo di spesa pubblica e sicurezza sociale!
La gravità dell'intera vicenda non è solo che si utilizzino risorse pubbliche per coprire perdite private, ma anche che il denaro sia stato concesso senza condizioni, ad es. che venisse reimpiegato per riaprire il credito al sistema produttivo. Non sono stati messi in discussione il ruolo dello Stato e della finanza nell'economia: le nazionalizzazioni vengono intese come eccezionali e temporanee, né è stato posto un freno alla speculazione con leggi severe (il Dodd-Frank act è solo un minimo passo avanti). Vi è quindi il rischio che la situazione si ripeta, avendo le banche i bilanci ancora pieni di derivati e titolo tossici...
SCAMBI AD ALTA FREQUENZA (high frequency trading)

La maggior parte degli scambi borsistici persegue unicamente scopi speculativi, e non di investimento a lungo termine. Si compra un titolo una divisa o una merce, su una piazza dove il prezzo è minore, per poi rivenderlo immediatamente dove il prezzo è maggiore. A compiere simili operazioni ora provvedono non più uomini ma computer, in modo automatico tramite algoritmi, effettuando transazioni migliaia di volte al giorno con tecnologie sempre più sofisticate.
Il problema è che questo sistema amplifica le oscillazioni delle quotazioni, accentuando l'irrazionalità e volatilità delle borse: a minime variazioni, i calcolatori effettuano in massa compravendite che provocano crolli improvvisi dei listini. Per disincentivare le transazioni finanziarie a breve termine, stabilizzando il sistema, e contemporaneamente ottenere risorse pubbliche dal settore finanziario, J. Tobin aveva proposto una tassa, anche minima (0,1%). Benché avversata dagli economisti ortodossi, la Tobin tax è (per ora) in vigore in Italia.
SCIENZA

Qual è lo statuto epistemologico dell’economia? E' difficile considerarla una scienza, per come si è venuta configurando. La scienza procede tramite l'osservazione dei fatti, la formulazione di ipotesi interpretative e la verifica tramite esperimenti. Inoltre le teorie scientifiche devono essere predittive, cioè fare previsioni sul futuro, e falsificabili, cioè devono esistere dei fatti che se si verificano ne costituiscono una confutazione. La prassi degli economisti è diversa: concepiscono i propri presupposti come dogmi indiscutibili, ignorano la storia per immaginare ipotesi astratte autoreferenziali (v. Realismo), rifiutano il dialogo con le altre scienze, forniscono ricette fallimentari senza poi rimettere in discussione i propri principi ecc. Da questo punto di vista, l’economia assomiglia più a una fede che una forma di conoscenza razionale.
Ma essa aspira addirittura ad essere una scienza esatta, al pari della fisica o della chimica. Di qui l'uso e l'abuso della matematica (v. Matematica). Invece è evidente che, per la parte che l'economia è una disciplina scientifica, appartiene alle scienze sociali, come la sociologia, la psicologia, la storia ecc. L'oggetto di studio dell'economia non sono infatti enti naturali che seguono leggi deterministiche, ma persone dotate di volontà, soggette ad errori, che vivono all'interno di una storia una geografia una cultura. Non bastano formulette matematiche e grafici cartesiani per imbrigliare la libertà umana negli schemi dell'homo oeconomicus (v.)
SEPARAZIONE BANCARIA

Il principio della separazione tra banche commerciali e d'investimento era stato introdotto dopo la crisi del '29, ma l'euforia liberista lo stigmatizzò come un relitto del passato, inaugurando l'era della banca universale. Negli Usa vigeva il famoso Glass-Steagall act, sciaguratamente abolito da Clinton nel 1999. In Italia la legge bancaria del 1936 prevedeva la divisione tra credito a breve e a lungo termine (e tra banche e industrie); fu abolita dalla riforma bancaria del 1994.
E' oggi urgente ripristinare una qualche separazione tra istituti a operatività limitata (narrow banking), che devono godere di una garanzia pubblica di solvibilità, e istituti speculativi, che sono liberi di guadagnare o fallire. Altrimenti la finanza-casinò (v. Finanziarizzazione) continuerà a mettere a rischio sia i depositi dei risparmiatori, sia i bilanci pubblici, gravati dai salvataggi.
SOCIALISMO DI MERCATO

Economisti e pubblico identificano il socialismo con la pianificazione (v. Pianificazione). In realtà esiste un filone, minoritario, di socialismo congiunto al mercato: la forma più comune consiste in un sistema di imprese di proprietà o gestite dai lavoratori (e non dai capitalisti). Teorizzato ad es. da O. Lange, ha trovato applicazione nella Jugoslavia del dopoguerra. Caratteristica delle cooperative è che massimizzano il reddito pro-capite e l'occupazione, anziché il profitto; l'esperienza mostra che possono essere altrettanto efficienti delle imprese private, anche perché i lavoratori sono più motivati. Un sistema economico basato sulle cooperative sottrarrebbe molto potere al capitale in favore del lavoro, favorendo una maggiore uguaglianza. La semplicità e immediata fattibilità di un simile progetto spiega forse la congiura di silenzio che lo circonda...
SOVRANITA' DEL CONSUMATORE

Gli economisti professano una rigida neutralità sulle preferenze degli individui, in base all'assunto che ogni consumatore è il miglior giudice delle proprie scelte. Come se spendere il proprio reddito in alcol e gioco d'azzardo sia identico a spenderlo in cultura e beneficienza. In realtà le preferenze degli individui non sono innate e spontanee, ma influenzate dalla cultura e dalle mode. T. Veblen diceva che con il consumo le persone non massimizzano un'astratta utilità, ma affermano la propria posizione sociale. Nella società moderna inoltre i desideri sono manipolati dalla pubblicità (v. Pubblicità); come spiegava J.K. Galbraith, le imprese creano falsi bisogni per poi soddisfarli. Molte aziende impiegano più risorse in pubblicità e marketing che in ricerca e sviluppo.
SOVRAPPRODUZIONE/SOTTOCONSUMO

La dottrina ortodossa non è in grado con i suoi strumenti di comprendere la crisi del 2008: non l'ha prevista, non ne comprende le dinamiche e non fornisce rimedi per uscirne. Il pensiero critico generalmente individua l'origine della crisi nella contraddizione del capitalismo contemporaneo, ovvero nel divario, a livello mondiale, tra produttività crescente da un lato e capacità di consumo calante dal'altro, dovuto a disoccupazione e compressione dei salari. Vi è chi insiste di più sul primo aspetto (eccesso di offerta e caduta del saggio di profitto) e chi sul secondo (carenza di domanda e necessità di politiche keynesiane). Per un certo tempo il problema è stato occultato dalle bolle finanziarie è dall'indebitamento privato (v. Indebitamento). Ma prima i poi i nodi vengono al pettine...
SPESA PUBBLICA

Anche se non mancano sprechi e corruzione (v. Sprechi e corruzione), la spesa pubblica in Italia non è affatto elevata: al netto degli interessi sul debito è inferiore alla media Ue, mentre considerando gli interessi è solo lievemente superiore alla media; alcuni settori (es. istruzione) sono gravemente sottofinanziati. I tagli lineari che negli ultimi anni hanno colpito ministeri ed enti locali, sia nelle risorse sia nei dipendenti, hanno poca giustificazione, in quanto i servizi erogati peggiorano e il bilancio dello Stato non ne giova. L'austerità (v. Austerità) in generale è controproducente ai fini della ripresa economica, ma i tagli della spesa pubblica sono anche peggio di un aumento delle tasse: il moltiplicatore della spesa pubblica è  infatti maggiore del moltiplicatore delle imposte.
In questo momento sarebbe invece importante un rilancio del ruolo dello Stato, che possa finanziare investimenti di lungo periodo verso i settori meritevoli. Ad es. si auspica un piano di riconversione ecologica tramite "investimenti verdi": energie rinnovabili, abitazioni a basso consumo, trasporto pubblico, tutela del territorio, agricoltura di qualità...
SPRECHI E CORRUZIONE

Se guardiamo ai numeri (v. Numeri), attribuire il successo economico o il fallimento di un paese agli sprechi, appare ingenuo e fuorviante. Questi sono stati anche un effetto della nostra ricchezza: chi è più ricco, sperpera di più, tra gli individui come tra le nazioni.
Un discorso simile vale per la corruzione: in Italia da sempre le regole economiche (nel pubblico e nel privato) sono rispettate meno che in altri paesi europei; eppure nel 1987 eravamo la quinta potenza economica mondiale, superando la Gran Bretagna... Va combattuta, ma evidentemente i nodi strutturali sono altri.
Inoltre tutto il discorso contro la “casta” e la corruzione nasconde un pregiudizio contro la politica in generale e la gestione pubblica, a favore del privato. Se lo Stato è corrotto, è il messaggio implicito, riduciamone gli ambiti con le privatizzazioni. Dimenticando che inefficienze e corruzione si presentano ugualmente nel settore privato, con la differenza che prassi che nella pubblica amministrazione sarebbero illegali, lì sono consentite: ad es. mentre negli enti pubblici i dipendenti si scelgono per concorso e i fornitori con appalto, i privati non hanno vincoli di nessun genere. E non vale la giustificazione per cui, in un caso si tratta di soldi della collettività, e nell’altro no: man mano che si restringe il perimetro dello Stato, a favore del mercato, i privati forniscono beni e servizi essenziali ai cittadini, e quindi se gestiscono male tutti ne subiscono un danno.
SQUILIBRI COMMERCIALI

I surplus commerciali di una nazione sono il corrispettivo dei deficit commerciali delle altre: se qualcuno esporta di più di quanto importa, qualcun altro importa di più di quanto esporta, e lo fa di solito facendosi finanziare dal primo (es. Usa e Cina). Gli economisti attribuiscono però un giudizio morale di virtuoso ed efficiente a chi ha la bilancia commerciale in attivo, e di inefficiente e sprecone a chi è in passivo, benché in "vizio" dei secondi sia proprio la condizione della "virtù" dei primi. L'onere di dover ripristinare l'equilibrio spetta quindi ai paesi in deficit, tramite deflazione interna (ossia  austerità, disoccupazione ecc.). In Europa in una simile situazione di asimmetria si trovano i paesi del centro (Germania soprattutto) e quelli della periferia (i famosi Piigs).
Per evitare questo problema Keynes alla conferenza di Bretton Woods aveva proposto il “bancor”, una moneta internazionale in un sistema di cambi fissi, che però prevedeva la risoluzione degli squilibri commerciali permanenti: sia il paese in avanzo sia il paese in disavanzo avrebbero dovuto fare un pari sforzo di riequilibrio.
STATO REGOLATORE

Con l'avvento dell'ideologia liberista e dei Trattai europei, lo Stato, un tempo imprenditore e protagonista di politiche industriali, si è ridotto al ruolo di regolatore e arbitro dell'attività economica svolta dai privati. Ma l'arbitro è uno solo, mentre i giocatori sono innumerevoli e in continua azione: è evidente che solo una piccola parte di operazioni verranno vagliate, e solo una piccola parte di violazioni verranno scoperte. Non basta insomma porre delle regole per garantire che siano rispettate. Inoltre il mondo economico evolve, e le norme devono essere continuamente aggiornate.
Un regolazione efficace e un controllo capillare presuppongono ingenti risorse, competenze specifiche e assenza di corruzione. Uno Stato che non abbia tali caratteristiche, se gestisce male le imprese pubbliche, gestirà ancora peggio le privatizzazioni (v. Privatizzazioni).
TAGLI DELLE IMPOSTE

Le teorie di impostazione liberista, come l'economia dal lato dell'offerta (supply side economics) prescrivono di permettere a chi ha di più di arricchirsi ulteriormente, senza ridistribuire il reddito, sperando che i benefici gocciolino giù fino a chi ha di meno: si parla appunto di effetto gocciolamento (trickle-down). Tipicamente si suggerisce di tagliare le imposte, soprattutto le aliquote alte, eliminandone la progressività. Le giustificazioni macroeconomiche in realtà sono scarse. Si dice che così aumenterebbe l'incentivo a lavorare e risparmiare; ma la quantità di lavoro dipende da molteplici fattori psicologici e sociali, di cui la tassazione non è il principale. L'unico effetto certo dei tagli delle imposte è sulla distribuzione del reddito, nel senso che fa aumentare la disuguaglianza (v. Disuguaglianza) . E' evidente infatti che simili politiche favoriscono le classi più abbienti, che hanno meno bisogno di servizi pubblici e assistenza sociale: è incredibile che in Italia l'annosa polemica sull'argomento (es. lo slogan "meno tasse per tutti") ignori questo aspetto. La retorica del fare la torta più grande anziché dividere meglio le porzioni, si risolve in una fetta più grande a favore di un solo commensale.
Un argomento particolare è basato sulla curva di Laffer (v. Curva di Laffer).
TASSO NATURALE DI DISOCCUPAZIONE

Uno degli eufemismi più perversi concepiti dagli economisti; indica il tasso di disoccupazione sotto il quale non si può scendere senza creare inflazione (detto anche “nairu”). Il concetto è stato usato per giustificare la tolleranza verso un'elevata disoccupazione, allo scopo di ridurre l'inflazione (v. Inflazione), per es. durante il governo Thatcher. Tuttavia non si è mai riusciti a dimostrare quale sia esattamente questo tasso. Inoltre non tiene conto degli effetti di lungo periodo della disoccupazione, la cd. "isteresi" (per es. la perdita delle abilità lavorative). La disoccupazione in altre parole tende ad auto-riprodursi, generando aspettative negative di persistenza nel futuro: non è una buona idea cessare di combatterla con la pretesto che sia "naturale" (v. Naturale)
TECNICI

Se l'economia viene intesa come una scienza esatta (v. Scienza), che dà risposte univoche a certi problemi (crescita, disoccupazione, debito ecc.), è forte la tentazione di sostituire i governi politici con dei tecnici. A ben vedere si tratta di un antico argomento contro la democrazia, che risale a Platone: la politica va affidata agli esperti (un tempo i filosofi, ora gli economisti), non al popolo ignorante. Per salvare la democrazia occorre respingere completamente il ragionamento: la politica non è una tecnica, cioè un mezzo neutrale per ottenere fini condivisi da tutti, bensì è la discussione sui fini stessi, in quanto i cittadini sono portatori di valori e soprattutto interessi differenti. Anche i mezzi sono controversi; ad es. gli economisti (includendo anche gli "eretici" - v. Eretici) hanno sostenuto un po' tutto e il contrario di tutto, e per lo stesso problema non è raro che forniscano ricette opposte.
TEORIA DEI GIOCHI

Branca dell'economia che studia con metodo matematico le interazioni strategiche tra individui con interessi contrapposti. Per quanto disciplina relativamente recente, presuppone gli schemi classici di agenti iper-razionali che massimizzano utilità. Modelli astratti lontani dal mondo reale. Emblematico il caso del celebre dilemma del prigioniero: i due arrestati, se viene promesso a ciascuno uno sconto di pena, confesseranno o meno, incastrando il complice? La teoria prevede di sì. Peccato che il codice d'onore della malavita prevede che non si debba mai denunciare un complice, salvo diventare un "infame" (con conseguenze facilmente prevedibili). Ad ogni modo costituisce un argomento a favore della cooperazione nelle decisioni economiche, e contro la mano invisibile (v. Mano invisibile)
TEORIA DELLA COMPENSAZIONE

Prevede che i posti di lavoro persi in un settore, in conseguenza del progresso tecnico (es. artigianato), vengano compensati da nuovi posti di lavoro creati in altri settori. La tecnologia infatti, abbassando i prezzi, fa aumentare il reddito reale e la domanda. Ciò tuttavia avviene molto lentamente: nel breve-medio periodo è probabile che l'effetto sia un aumento della disoccupazione. Inoltre occorre valutare quanta occupazione verrà riassorbita e a quali condizioni: ad es. il recente sviluppo del terziario in sostituzione del settore industriale è stato accompagnato da un arretramento dei salari e dei diritti dei lavoratori. I luddisti insomma avevano le loro buone ragioni...
TEORIA QUANTITATIVA DELLA MONETA

Stabilisce che la quantità di moneta in circolazione (l'offerta) determina il livello dei prezzi e l'inflazione. E' uno dei principi basilari del monetarismo di M. Friedman. Ma è tutt'altro che ovvio, soprattutto in presenza di disoccupazione e sotto-utilizzo delle capacità produttive. Se fosse vero, gli alleggerimenti quantitativi (v. Alleggerimento quantitativo) della Fed avrebbero creato un'inflazione spaventosa; il che non è avvenuto. Come sosteneva N. Kaldor, il rapporto causale sembra piuttosto inverso: è l'inflazione che fa aumentare la quantità di moneta, in quanto le banche ne adeguano l'offerta (v. Moneta endogena). L'inflazione dipende piuttosto o dalla domanda (quando l'offerta non si adegua in tempo, in situazioni di piena occupazione) o dai costi di produzione (es. aumento del prezzo del petrolio)
TOTALITARISMO

Se elementi del totalitarismo sono: la concentrazione del potere in un'oligarchia non eletta, il dominio su tutti gli aspetti della società, l'assenza di pluralismo delle idee, l'uso propagandistico dei mezzi di comunicazione di massa, lo sfogo delle tensioni tramite la creazione di nemici esterni ed interni.. il capitalismo neo-liberista rientra nella definizione. Esso costituisce il terzo totalitarismo dell'occidente, dopo nazismo e stalinismo.
A livello di teoria il neo-liberismo si propone come una teoria del tutto, in grado di spiegare con i propri modelli qualsiasi evento, tramite la riduzione all'homo oeconomicus di ogni comportamento. L'economicismo tende costantemente a strabordare da propri limiti disciplinari, e grazie all'assoluta egemonia culturale impone la propria visione del mondo agli altri ambiti della vita sociale. Non è raro leggere analisi economiche del diritto, dell'arte, delle relazioni di coppia ecc. Ad es. la politica viene studiata come un “mercato dei voti”, in cui ogni soggetto non fa che massimizzare le proprie opportunità di essere eletto e conservare il potere; in questa prospettiva tradizioni e ideali politici non hanno alcun senso.
TRENTA ANNI GLORIOSI

E' il periodo tra la fine della 2° guerra mondiale e la metà degli anni '70. E' definito l'età d'oro del capitalismo occidentale, in quanto promosse contemporaneamente crescita economica tra tutti i ceti e massima occupazione; mai nel corso della storia la prosperità ha riguardato così tante persone. A livello politico corrispondeva all'affermazione della democrazia, dei diritti dei lavoratori e della sicurezza sociale. In economia era predominate, in teoria e in pratica, la dottrina keynesiana, che prevedeva un ruolo attivo dello Stato. La stagflazione degli anni '70, causata dall'aumento del prezzo del petrolio, colse i keynesiani di sorpresa, e fu l'occasione per le oligarchie di riprendersi il potere. Seguì il "grande balzo all'indietro" del neoliberismo, e l'epoca oscura in cui ci troviamo (caratterizzata da crisi, disuguaglianza, attacco alla democrazia ecc.). Chi dice che quel modello economico non si può ripetere, perché fondato su condizioni particolari, spesso sono gli stessi che propongono di restaurare il liberismo ottocentesco...
TROPPO GRANDE PER FALLIRE (too big to fail)

I colossi finanziari sono troppo grandi per fallire: così sono stati giustificati aiuti e salvataggi (v. Salvataggi) da parte di Stati e Banche centrali. E' evidente l'effetto de-responsabilizzante di questa dottrina sul comportamento delle banche. Continueranno ad assumere rischi eccessivi: una scommessa in cui, se vincono guadagnano loro, se perdono paga la collettività.
UNIONE EUROPEA

Il nobile progetto europeo è fallito: l'Ue non ha più nulla in comune con gli ideali dei padri fondatori. Con i trattati di Maastricht (1992) e Lisbona (2007), si è trasformata nell'avamposto mondiale del libero scambio, in cui gli unici a trarne vantaggio sono i poteri finanziari. Esemplare l'art. 3 del trattato sull'Unione europea che definisce il modello di riferimento: "un'economia sociale di mercato fortemente competitiva". I parametri di Maastricht (v. Pareggio di bilancio) e l'euro (v. Euro) hanno privato i governi delle due facoltà di stimolo macroeconomico tipiche degli Stati novecenteschi: la politica fiscale (spesa pubblica) e monetaria (emissione di moneta). Gli Stati nazionali hanno ceduto la propria sovranità, senza che un governo federale ne assumesse le prerogative.
L'unione europea non è uno Stato, è un mercato: le quattro libertà su cui si fonda (di circolazione delle merci, dei capitali, dei lavoratori e dei servizi) hanno poco in comune con i diritti ereditati dalla Rivoluzione francese e sanciti dalle Costituzioni novecentesche. Nella misura in cui è Stato, non è democratico, visto che l'unico organo eletto a suffragio universale, il Parlamento europeo, ha poteri poco più che simbolici. Ha un bilancio ridicolo (1% del Pil contro un 20% circa di quello Usa), e quindi non è in grado di ridistribuire automaticamente le risorse dalle aree ricche a quelle povere, come fanno gli stati federali. La solidarietà tra i paesi europei è inesistente, e al suo posto vigono guerre commerciali (v. Squilibri commerciali) a colpi di deflazione. Durante la crisi le nazioni più forti, anziché aiutare quelle in difficoltà, hanno imposto assurde misure di austerità, riducendole in miseria (es. la Grecia).
UTILITA'

Il concetto, introdotto nell'analisi economica da W.S. Jevons, ha poco in comune con l'utilitarismo classico di J.S. Mill, dove il fine era "la maggior felicità per il maggior numero", felicità intesa in senso ampio e non solo materiale. Nei modelli neoclassici invece ogni agente massimizza esclusivamente la propria utilità. Essa viene intesa in modo uniforme e calcolabile, come beneficio che un individuo ricava dal consumo di un bene: le varie utilità si distinguono solo per quantità e non per qualità.
VALORE PER L'AZIONISTA

Come modalità di gestione delle imprese, il capitalismo “patrimoniale” ha preso il posto di quello manageriale, tipico del fordismo.  Nel precedente modello, gli interessi dei dirigenti aziendali erano vicini a quelli di lavoratori e consumatori. Ora i loro interessi vengono allineati a quelli degli azionisti, legando gli stipendi ai risultati e conferendo premi in opzioni su azioni. I dirigenti hanno un unico obiettivo, da raggiungere a qualunque costo e in tempi prefissati: massimimizzare il rendimento del capitale, inteso non tanto come fatturato o utili, ma come valore dei titoli in borsa. Gli azionisti pretendono  un ritorno sugli investimenti (RoE) anche del 10-15%. Come è possibile ottenerlo se la crescita del Pil è molto inferiore? Con stratagemmi di breve periodo, che nulla hanno a che vedere con investimenti o ricerca: fusioni, delocalizzazioni, riduzione di organico, acquisto di azioni proprie, falsificazione di bilanci (es. caso Enron) ecc.