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ORARIO DI LAVORO

L'orario medio di lavoro, a partire dalla rivoluzione industriale nel '700 (in una fabbrica inglese si lavoravano anche 16-18 ore al giorno), è progressivamente diminuito. Ciò come conseguenza di leggi statali e accordi sindacali restrittivi a tutela degli operai. Keynes già nel 1931 si spingeva a prevedere che entro un secolo la tecnologia avrebbe di fatto risolto il problema economico, per cui sarebbe stato sufficiente lavorare 3 ore al giorno; gli uomini avrebbero semmai dovuto affrontare il problema di cosa fare di questa nuova libertà e come utilizzare il tempo libero. Se le politiche keynesiane fossero proseguite, la profezia probabilmente sarebbe vicina ad avverarsi. Invece la contro-rivoluzione liberista degli anni '80 e la globalizzazione hanno invertito la tendenza: l'orario di lavoro, prima in Usa e poi in Europa, è tornato ad allungarsi. L'esperimento delle 35 ore in Francia, che si basava sul principio "lavorare meno lavorare tutti" (unica soluzione logica alla disoccupazione tecnologica), è durato poco. Concorrenza internazionale, contratti precari, sindacati deboli e perdita di potere d'acquisto contribuiscono a ricondurci al lavoro come schiavitù.
ORGANIZZAZIONE MONDIALE DEL COMMERCIO (Wto)

Nata nel 1995, prende il posto del Gatt. Se identico è lo scopo, favorire accordi commerciali tra i  membri, il modus operandi è molto diverso. Il Gatt prevedeva un approccio consensuale, e attribuiva ai paesi in via di sviluppo un diritto alla protezione asimmetrica. Il risultato fu una liberalizzazione controllata, che consentiva di mantenere dazi e restrizioni alle importazioni.
Con il Wto l’approccio diventa coercitivo, mediante minacce di sanzioni bilaterali per chi non aderisce ai trattati. Al “principio della nazione più favorita”, per cui le concessioni negoziate con un paese si estendono a tutti, si sostituisce il “principio del trattamento nazionale”, per cui gli investitori stranieri godono degli stessi privilegi dei produttori nazionali. Inoltre, al commercio delle merci si affiancano altri ambiti, come la liberalizzazione dei servizi, degli investimenti e la tutela della proprietà intellettuale. Il Wto è così diventato lo strumento con cui le nazioni più avanzate riescono a forzare l’apertura dei mercati nei paesi arretrati, favorendo le multinazionali occidentali.
PARADISI FISCALI

Costa Rica, Bahamas, Bermuda, Cayman ecc.: paesi con tassazione sui redditi prossima allo zero e scarsa trasparenza sulle operazioni finanziarie. Individui e società, a volte legati alla criminalità, spostano i capitali in questi luoghi per sottrarli al fisco e ai controlli. Altri paesi hanno semplicemente una tassazione per le imprese nettamente inferiore alla media, come ad es. l'Irlanda; qui spesso le multinazionali (es. Google, Apple ...) fissano le loro sedi. Con questi e altri trucchi contabili (come spostare i profitti nei paesi a imposizione più bassa e le perdite in quelli più esosi) riescono a pagare tasse irrisorie rispetto al proprio fatturato.
PAREGGIO DI BILANCIO

Secondo i parametri di Maastricht, il rapporto deficit/Pil non deve superare il 3% e il rapporto debito/Pil il 60%. Perché mai? Non esistono prove empiriche a fondamento di questi numeri magici. I paesi europei sono costretti a rispettare obblighi tanto rigidi quanto incomprensibili, come i precetti di una religione formalista. Nessuna impresa privata ha limiti del genere, e men che meno le banche, che operano con leve anche di 40 a 1.
Questi vincoli, a seguito della crisi, sono stati addirittura rafforzati. E' stato inserito, con il "fiscal compact", l'obbligo di pareggio di bilancio nella Costituzione: le politiche keynesiane sono ora proibite per sempre. Il "six pack" ci impone di ridurre il debito pubblico entro il limite al ritmo di 1/20 all'anno, il che significa all'incirca 50 miliardi all'anno per 20 anni! Se veramente fosse applicato, condannerebbe l'Italia ad una recessione permanente ad unico beneficio dei creditori.
PARETO-EFFICIENZA

Gli economisti definiscono una situazione Pareto-efficiente quando non è possibile migliorare la posizione di qualcuno, senza peggiorare quella di qualcun altro. Non tenendo conto dell'equità, la nozione è inadeguata per le scelte politiche (dove vigono interessi contrapposti), se non come conservazione dello status quo. Una società in cui un unico individuo possiede tutte le ricchezze è Pareto-efficiente... la teoria prevede che l'ottimo paretiano sia l'esito di un mercato concorrenziale, ma purché sussistano certe condizioni: completezza dei mercati, assenza di esternalità, perfetta informazione ecc. Il che nella realtà non accade mai.
PIANIFICAZIONE

E' in contrario del meccanismo del mercato, in quanto implica l'organizzazione sociale dell'economia, non più lasciata all'anarchia dei poteri privati. Multinazionali e colossi bancari, che hanno bilanci paragonabili a quelli di interi paesi, pianificano tutto: produzione, vendita, trasporto, finanziamento ecc. Se però a pianificare è lo Stato, per i liberisti ciò comporta inevitabilmente inefficienza... Ad esempio per F. Hayek la pianificazione socialista è impossibile, a causa dell'assenza di prezzi di mercato, e quindi della necessità di disporre di innumerevoli informazioni, il che non consente l'allocazione efficiente delle risorse. Il problema tecnico oggigiorno sarebbe in gran parte risolto, grazie ai moderni computer e strumenti matematici: ad es. L. Kantorovic, unico premio Nobel sovietico, ha studiato proprio questo argomento. Ma è il presupposto stesso dell'argomento a essere dubbio: che i prezzi indichino scarsità (v. Prezzi indici di scarsità) e che il mercato allochi efficientemente le risorse (v. Dotazioni e preferenze).
PIENO IMPIEGO

Anche i progressisti spesso cadono nella trappola: il pieno impiego, previsto dai modelli economici come esito di alcune circostanze, è sì un bene (in quanto la disoccupazione è un problema sociale), ma non l'unico bene. Occorre valutare con quali mezzi e a quali condizioni il risultato è ottenuto. Anche nel sistema schiavistico e feudale c'era piena occupazione! Solitamente infatti gli economisti per ridurre la disoccupazione, più che suggerire iniziative a sostegno della domanda, propongono politiche dal lato dell'offerta , che agiscono sugli incentivi ad investire e assumere: salari più bassi, orari più lunghi, meno stabilità, meno diritti ecc. Bisogna soppesare i pro e i contro: se per diminuire di 1-2 punti percentuali la disoccupazione, si condanna la totalità dei lavoratori a una condizione semi-servile, il gioco non vale la candela.
PIL

Il Prodotto interno lordo indica la quantità di merci e servizi prodotti e venduti a livello nazionale. Per gli economisti è l'unica misura del benessere, ma in realtà ha molti limiti: tra i beni, non distingue quelli utili da quelli inutili o dannosi; quelli che soddisfano un bisogno da quelli che rimediano a un problema (es. dopo una guerra o un disastro naturale il Pil aumenta); lascia fuori tutti i beni non monetizzabili (autoproduzione, lavoro domestico, volontariato ecc.); non considera in quali condizioni lavorative e ambientali sono state prodotte le merci. R. Kennedy diceva che il Pil "misura tutto eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta; può dirci tutto sull'America ma non se possiamo essere orgogliosi di essere Americani". Al suo posto sono stati proposti altri indicatori di qualità della vita, che tengono conto di salute, istruzione ecc., come l' “Indice di sviluppo umano” o l' “Indice di ricchezza complessivo”. Utilizzando questi parametri, i paesi a tradizione socialdemocratica sono in cime alle classifiche, rispetto a quelli anglosassoni.
POTERI FINANZIARI

Barklays, Hsbc, Citigroup, Bank of America, Ubs, Bnp Paribas, Goldman Sachs, Morgan Stanley, Deutsche Bank, Credit Suisse ecc. A seguito di concentrazioni e fusioni, alcuni gruppi bancari hanno assunto dimensioni colossali: ciascuno di essi dispone di capitali superiori al bilancio di molti Stati, compreso quello in cui hanno sede. Queste multinazionali finanziarie hanno una struttura organizzativa complessa, con sussidiarie distribuite in centinaia di paesi; comprendono  banche commerciali e d'affari, assicurazioni e società di altro tipo; possiedono imprese, immobili, mezzi di comunicazione di massa; finanziano partiti politici e istituzioni. Dirigenti e manager di queste megastrutture , attraverso un sistema di "porte girevoli" (sliding doors), alternano il loro ruolo a quello di capi o consulenti all'interno di Banche centrali, organismi internazionali, governi tecnici, con evidente conflitto di interesse. La finanza è uscita dalla crisi addirittura rafforzata, eliminando i concorrenti, aumentando gli attivi e socializzando le perdite.
PREZZI FLESSIBILI

I modelli neoclassici si basano su prezzi flessibili dei beni, che si adattano alle fluttuazioni economiche verso l'alto e verso il basso, in modo da garantire sempre l'equilibrio. Nella realtà i prezzi, sia delle merci sia dei fattori produttivi (soprattutto i salari), sono perlopiù vischiosi e si muovono lentamente.
Vi sono varie ragioni che rendono le imprese restie ad aumentare i prezzi, a fronte di variazioni della domanda: la volontà di fidelizzare i clienti, l'attesa dell'iniziativa dei concorrenti, la scaglionamento degli aumenti nei vari settori, il costo stesso della variazione ecc. Per quanto riguarda i salari, una riduzione sensibile è frenata (per fortuna) da sindacati e contratti collettivi, dal timori di effetti sul morale dei dipendenti, da considerazioni di equità ecc.
PREZZI INDICI DI SCARSITA'

Gli economisti attribuiscono ai prezzi una funzione fondamentale: fungere da segnali che indicano la scarsità relativa dei beni, rispetto ai desideri degli acquirenti. Secondo questa prospettiva, i prezzi di beni e servizi sono fatti dal mercato, risultato delle preferenze di imprese e consumatori, dell'incontro di domanda e offerta. Di conseguenza ogni tentativo di regolamentare i prezzi è inutile e controproducente. Il mondo reale in gran parte funziona diversamente: i prezzi sono decisi dalle imprese, o meglio dalle imprese dominanti nell'industria, che hanno sufficiente potere oligopolistico per imporli (non sono quindi "price taker" ma "price maker"). E non vengono fissati tanto in base alla domanda, quanto in base ai costi. Il metodo di solito consiste nel determinare il costo unitario del prodotto, a cui viene aggiunto un margine di ricarico (detto "mark-up") che consenta il profitto.
PRIVATIZZAZIONI

Inaugurate negli anni '80 in Gran Bretagna, divennero una moda economica in vari paesi a causa dell'infatuazione verso l'ideologia del mercato. L'Italia negli anni '90 ha realizzato una dismissione di patrimonio pubblico senza pari altrove: Iri, Ina, Telecom , Edison, Enel, Autostrade, Ilva, Sme, Alitalia... (oltre alle banche, ma è un discorso a parte). I gioielli dell'industria pubblica sono stati venduti ai privati, spesso a prezzi risibili, con deboli giustificazioni economiche, soprattutto per fare cassa e ridurre il debito pubblico. Nel dopoguerra le partecipazioni statali avevano consentito lo sviluppo di tecnologie avanzate in vari settori (energia, chimica, telecomunicazioni, aviazione ecc.) sotto la guida di dirigenti di qualità. 
La teoria per cui i privati sono sempre più efficienti dello Stato (v. Imprese pubbliche) si è rivelata infondata. Se le imprese pubbliche sono in attivo, venderle significa per il governo privarsi per sempre di importanti ricavi per il futuro (che possono servire ad es. a pagare il debito pubblico). Qualora si ritenga siano gestite male, occorre cambiare i vertici: se un amministratore di condominio è incompetente o corrotto, cambio amministratore non vendo la casa!
In Italia è accaduto che i nuovi proprietari spesso hanno spremuto le aziende per ottenere profitti di breve termine, o vi hanno accollato debiti, senza fare investimenti. In altri casi ad un monopolio pubblico si è sostituito un quasi-monopolio privato, che garantisce rendite perenni senza rischi. Enti di diritto pubblico sono stati trasformati in società per azioni, snaturandone la funzione. I vantaggi per i consumatori non si sono visti (emblematica la privatizzazione dell'acqua, che ha portato ad un aumento delle tariffe); o quando si sono visti, sono stati compensati da pesanti perdite per i lavoratori.
PRODUTTIVITA'

Una delle più grandi mistificazioni dei commentatori economici riguarda la produttività del lavoro: il ragionamento di solito inizia lamentando che in Italia la produttività è più bassa che in altri paesi (vero), prosegue addossandone la colpa allo scarso rendimento dei lavoratori (falso) e conclude auspicando come incentivo una maggiore flessibilità (falso). In realtà la produttività deriva sia dal fattore lavoro (motivazione ed esperienza), sia soprattutto dal fattore capitale. Ma il lavoro non può essere la causa:  gli italiani lavorano, quanto a orario, di più rispetto alla media europea, mentre precarietà e disoccupazione diffuse non fanno mancare la "motivazione"... Quindi il responsabile è il capitale (fisso), ossia l'obsolescenza degli impianti produttivi. Il nostro tessuto produttivo è costituito da piccole-medie imprese, spesso poco propense all'innovazione. La precarizzazione dei rapporti di lavoro (v. Flessibilità del lavoro), che viene invocata come rimedio, ha semmai peggiorato la situazione: spinge le imprese a competere risparmiando sui salari, con metodi ad alta intensità di lavoro, anziché investendo in ricerca; e impedisce ai lavoratori, oggi qui domani altrove, di accumulare competenza.
PROPRIETA' DELLA BANCA D'ITALIA

E' forse poco noto che alcune Banche centrali non sono pubbliche ma private. Non stupisce che spesso si abbia l'impressione che agiscano più nell'interesse delle banche private che dei rispettivi paesi. Oltre alla proprietà in sé, conta soprattutto il potere che lo Stato può esercitare sulla Banca centrale (v. Indipendenza della banca centrale): ad es. la Fed è privata ma governo e congresso possono influenzarne le politiche, mentre la Banque de France è pubblica ma slegata dal controllo democratico in quanto parte del sistema europeo delle banche centrali.
La Banca d'Italia, istituto di diritto pubblico dal 1936, è divenuta privata nel senso che il suo capitale è ora di azionisti privati (principalmente istituiti finanziari e assicurativi), pur se formalmente è soggetta a norme di diritto pubblico. Tra le sue funzioni vi è quella di vigilanza sugli istituiti di credito, con evidente conflitto di interesse, visto che i controllati sono proprietari dell'ente controllore.
PROTEZIONISMO

I paesi occidentali storicamente hanno sempre praticato misure protezionistiche (dazi, sovvenzioni, limitazioni agli scambi ecc.), e anche grazie ad esse svilupparono le proprie tecnologie produttive. Ora però vietano quelle misure ai paesi più poveri. Nell' 800 l'economista F. List teorizzò la protezione delle industrie nascenti: rimproverava la Gran Bretagna, che imponeva i libero scambio, di voler "dare una calcio alla scala con la quale era salita, per impedire agli altri paesi di farlo". La Gran Bretagna aveva esercitato il protezionismo dal '700 fino al 1846; gli Stati Uniti lo adottarono per quasi tutto l' 800 (si pensi a Hamilton e Lincoln) fino al 1945; gli Stati europei dagli anni '80 del XIX secolo in avanti. Nel dopoguerra Giappone e Corea del Sud non avrebbero mai guadagnato il loro ruolo attuale se non avessero adottato strategie di sostegno alle nuove industrie (es. Toyota, Samsung). Rifiutare a priori il protezionismo, per i paesi in via di sviluppo significa rimanere invischiati per sempre in settori a bassa produttività, come l'agricoltura e il terziario. Per i paesi più avanzati, significa rifiutare di proteggere i propri lavoratori dal "dumping salariare" (v. Globalizzazione).
PUBBLICITA'

La pubblicità commerciale nel capitalismo globale è così ossessiva e onnipresente, da essere del tutto paragonabile alla propaganda nelle società totalitarie (v. Totalitarismo). I relativi finanziamenti sono esorbitanti, mediamente pari allo 0,9% del Pil di ogni nazione.
E' forse poco noto che gli economisti keynesiani (es. J. Robinson) erano maldisposti verso il fenomeno. La pubblicità era considerata un ostacolo alla concorrenza che favorisce l'oligopolio,  sia perché avvantaggia la grandi imprese, uniche a poterne sostenere i costi ingenti, rispetto alle piccole, sia perché crea fedeltà al marchio, scoraggiando l'ingresso di nuovi concorrenti nel mercato. Inoltre, sottraendo risorse per impieghi produttivi, è fonte di spreco: se tutte le imprese facessero pubblicità l'effetto evidentemente sarebbe nullo, a parte alzare i prezzi dei prodotti. Infine altera le preferenze dei cittadini a favore dei beni privati rispetto a quelli pubblici, non reclamizzati.
Poi arriveranno gli economisti di Chicago a giustificare il fenomeno, dicendo non è persuasione, ma informazione...
RAZIONALITA'

I modelli economici classici presuppongono soggetti iper-razionali che massimizzano l'utilità e, tramite calcoli infallibili, valutano le scelte e pianificano il futuro. Un automa calcolatore, che (per fortuna) non esiste nella realtà. Da sempre poeti, filosofi, psicologi descrivono il comportamento umano come guidato, non tanto dalla ragione, quanto da passioni, pregiudizi, abitudini, norme sociali, motivazioni inconsce (es. psicoanalisi). Con qualche secolo di ritardo, la scienza economica si sta adeguando, e nascono studi di neuro-economia e finanza comportamentale.
REALISMO

Uno dei vizi capitali dell'economia ortodossa è l'indifferenza al realismo. Nelle pubblicazioni economiche la validità di un modello viene valutata sul piano della coerenza interna e del rigore logico-deduttivo, e non dell'aderenza alla realtà e al funzionamento del sistema così com'è. Ciò che conta è produrre ipotesi, per quanto astratte (v. Astrazione), che consentano una formalizzazione matematica (v. Matematica) e il calcolo dell'equilibrio.
REDDITO DI CITTADINANZA

La dottrina liberista diffida persino del normale sussidio di disoccupazione, in quanto diminuirebbe l'incentivo a cercare lavoro. L'Italia d'altra parte è  uno dei pochi paesi europei a non prevedere un reddito permanente di disoccupazione. In questa situazione proporre un reddito di cittadinanza non può che apparire una provocazione o una follia. Si tratta di un reddito minimo elargito a tutti, a prescindere dalla condizione economica e lavorativa, con lo scopo di fornire un introito fisso a una moltitudine di persone sempre più invischiate di occupazioni precarie e intermittenti. Prescindere dal fatto di avere o meno un lavoro serve sia per evitare abusi (lavoratori in nero che si dichiarano disoccupati), sia per disinnescare il ricatto che obbliga ad accettare condizioni lavorative intollerabili. Altri propongono invece un reddito legato a un piano generale di lavori socialmente utili organizzato dallo Stato: un classico rimedio keynesiano in caso di recessione, che da noi appare fantascienza...
REMUNERAZIONE DEI FATTORI PRODUTTIVI

Come si distribuiscono gli utili di un'impresa tra lavoratori e proprietari, per stabilire la quota dei salari e quella dei profitti? In base ai rapporti di forza tra le classi (chi tiene il coltello decide come dividere la torta), alle consuetudini sociali e alle norme giuridiche, naturalmente. Ma non secondo gli economisti: per i neoclassici la distribuzione del reddito è solo un caso particolare della teoria dei prezzi (v. Prezzi indici di scarsità); i fattori produttivi (capitale e lavoro) vengono remunerati semplicemente in base al prodotto marginale di ciascuno di essi. In verità, la pretesa di determinare il saggio di profitto come prezzo del capitale e di individuare un livello "naturale" di salario è stata confutata una volta per tutte da P. Sraffa. Autore infatti condannato all'oblio...
REPRESSIONE FINANZIARIA

Un insieme di leggi e istituzioni hanno permesso ai paesi occidentali, nei Trenta anni gloriosi (v. Trenta anni gloriosi), di mantenere tassi di interesse sui titoli del debito pubblico molto bassi o addirittura negativi (cioè inferiori al tasso di inflazione). Con l'effetto sia di ridurre il debito pubblico accumulato durante la 2° guerra mondiale e poi di contenerlo, sia di minimizzare la rendita del capitale finanziario, a beneficio degli altri fattori produttivi, lavoro e capitale industriale. L’ “eutanasia del rentier”, come aveva auspicato Keynes.
Disposizioni venute meno con l'avvento del liberismo: 1) La Banca d'Italia era obbligata a sottoscrivere i titoli di Stato invenduti - in vigore fino al 1981 quando diventa indipendente (v. Divorzio banca centrale/Tesoro); 2) le banche erano soggette a un vincolo di portafoglio, cioè dovevano acquistare titoli del debito pubblico fino a una certa quota del proprio attivo  - abrogato nel 1993; 3) vi erano controlli sui movimenti di capitali - ora vietati dall'art. 63 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea; 4) il Tesoro poteva mantenere uno scoperto sul conto corrente della Banca d'Italia pagando solo un interesse dell'1% - facoltà abolita nel 1993; 5) le banche commerciali dovevano detenere alte riserve obbligatorie presso la Banca centrale, dal 15 al 25% - ora l'obbligo è dell'1%
REVERSIBILITA'

I neoclassici hanno assunto, come proprio modello di scienza, la fisica, dove ogni fenomeno è reversibile. Nelle loro analisi compare un tempo puramente logico (v. Lungo periodo) e a-storico: il sistema, se si scosta dall’equilibrio, vi ritorna poi spontaneamente date le condizioni. Nei fenomeni socio-economici invece il tempo ha grande importanza, e spesso non consente di tornare alla posizione di partenza, se non con costi ingenti. Il risultato finale non è indipendente dal percorso intrapreso (path-dependence), e una volta aperta una strada, chi verrà dopo sarà indotto a seguirla.
RIFORME STRUTTURALI

Il termine "riformismo" un tempo apparteneva all'ambito del socialismo democratico. L'ideologia liberista se ne è appropriata e, come nella neo-lingua di Orwell, ne ha ribaltato il significato. Le "riforme strutturali", continuamente sollecitate da Bce, Commissione europea, Fmi ecc., non sono altro che quei cambiamenti diretti ad azzerare il potere contrattuale dei lavoratori, a tagliare le prestazioni sociali per i meno abbienti, a privatizzare i servizi pubblici, a tutto vantaggio dei poteri economi forti. Più correttamente si dovrebbero chiamare contro-riforme.
RISTRUTTURAZIONE DEL DEBITO (default)

L'eufemismo “ristrutturazione” (o consolidamento) indica quando uno Stato non paga il proprio debito pubblico, in tutto o in parte. Gli economisti fanno terrorismo psicologico sulle conseguenze di un default italiano (fallimenti di banche e imprese, contagio internazionale). In realtà, quando il debito appare insostenibile per le finanze pubbliche, la ristrutturazione può essere il male minore; spesso il paese insolvente registra poi una forte ripresa economica. E' già accaduto molte volte, anche di recente: es. in Messico (1994), Russia (1998), Equador (1999), Ucraina (2000), Argentina (2002)... Il nostro paese da parecchi anni gode di un avanzo primario di bilancio (v. ) e si autofinanzia, per cui interruzioni di flussi di capitali esteri non sono preoccupanti. E’ paradossale, dopo che tante associazioni si sono battute per la cancellazione del debito che attanaglia i paesi poveri, che non si pensi di applicare la stessa soluzione in Italia. La ristrutturazione può essere selettiva, così da escludere i piccoli risparmiatori. Occorre ricordare che le famiglie detengono solo il 15% circa del debito pubblico italiano; il resto è posseduto da banche assicurazioni e fondi di investimento, italiani ed esteri.