casa
IDEOLOGIA

L’economia, pur presentandosi come sapere tecnico e apolitico, non descrive ciò che è, ma prescrive ciò che deve essere (v. Astrazione). Se dunque non è una scienza (v. Scienza), come definirla? E’ un’ideologia in senso marxiano, ossia una mistificazione costantemente diffusa con cui l’oligarchia legittima la propria esistenza e i propri privilegi. L’economia è infatti l’unico sapere che giustifica l’ingiustificabile, cioè lo status quo. Mentre altre discipline (es. filosofia, sociologia, psicologia) sono spesso critiche verso la società del mercato universale, gli economisti hanno assunto il ruolo di avvocati del sistema, convincendo l’opinione pubblica che sia il migliore dei mondi possibili e che non c’è alternativa (v. Non c’è alternativa).
Diceva Marx: “le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè la classe che è la potenza materiale dominante è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante… la classe che dispone dei mezzi di produzione materiale dispone con ciò in pari tempo dei mezzi di produzione intellettuale”.
IMMIGRAZIONE

Gli economisti auspicano un’ampia libertà di movimento dei lavoratori, solitamente appoggiati dalle associazioni degli imprenditori. Un massiccia immigrazione costituisce infatti un forte vantaggio per le aziende: offe una manodopera numerosa, precaria e sottopagata, incapace di ribellarsi se illegale. Inoltre crea competizione con i lavoratori autoctoni in certi settori, aumentando la disoccupazione e abbassando i salari medi. Una guerra tra poveri, in cui gli immigrati fungono da capro espiatorio delle tensioni socilali. In Italia a criticare le politiche migratorie sono soprattutto le destre xenofobe, con argomenti di squallido razzismo; i sindacati avrebbero ragioni più valide…
IMPOVERIRE IL VICINO (beggar my neighbour)

Sono quelle politiche economiche che favoriscono il proprio paese, ma a spese di tutti gli altri. Un gioco a somma zero: se tutti i paesi le applicassero, l’effetto sarebbe nullo.
Un tempo la definizione si applicava a provvedimenti come la svalutazione competitiva o i dazi commerciali. Ora va di moda piuttosto il cd. “mercantilismo”: favorire in ogni modo le esportazioni, in particolare riducendo i salari per rendere competitivi i prodotti nazionali rispetto a quelli esteri. Se tutti i paesi agiscono così, poiché non si può esportare su Marte… il risultato finale sarà solo un declino del potere d’acquisto dei lavoratori e della domanda globale.
A livello europeo è quanto sta facendo la Germania, che è divenuta competitiva rispetto agli altri paesi non con grazie a innovazioni tecnologiche, ma semplicemente al costante contenimento salariale (e all’euro). La legge Hertz del 2003 ha deregolamentato il mercato del lavoro (introducendo ad es. mini-jobs pagati 400€ al mese), con l’effetto di deprimere la domanda interna e quindi le importazioni.
IMPRESE PUBBLICHE

La fede liberista ha coniato il dogma per cui il privato gestisce sempre meglio del pubblico.  Quando si parla di efficienza occorre anzitutto eliminare un equivoco: va intesa come maggiore produzione a parità di fattori produttivi. Se le imprese privatizzate aumentano l’orario o l’intensità del lavoro, questa non è efficienza (al limite si chiama sfruttamento), perché implica un aumento del fattore lavoro.
L’inefficienza delle imprese pubbliche vien giustificata con argomenti quali: difficoltà nel controllo dei dirigenti (problema principale/agente), disinteresse della maggioranza dei cittadini a occuparsene, vincolo di bilancio morbido perché passibili di aiuti di Stato. Ma problemi analoghi si presentano nelle grandi aziende private, in cui proprietà e controllo sono disgiunti: i manager massimizzano il proprio interesse anziché quello dei proprietari, la platea dei piccoli azionisti non partecipa alla gestione, se sono “troppo grandi per fallire” (v. Troppo grande per fallire) assumono rischi eccessivi.
Sono invece numerose le situazioni in cui il pubblico è preferibile al privato: nei casi classici di fallimento del mercato, ossia esternalità positive (es. istruzione), beni pubblici indivisibili (es. difesa) e informazione asimmetrica; quando vi è un monopolio naturale (es. reti telefoniche, elettriche); quando occorre sviluppare tecnologie nel lungo periodo che non garantiscono profitti di breve termine (es. infrastrutture); quando occorre garantire un trattamento egualitario a prescindere dal reddito (es. sanità).
Le imprese statali godono inoltre di alcuni vantaggi economici: non sono obbligate a realizzare profitti, ben potendo operare in parità; e si finanziano a costi inferiori delle aziende private grazie al cd. premio azionario, ossia la differenza di rendimento medio tra obbligazioni pubbliche e azioni private.
INCERTEZZA

Il mondo immaginario degli economisti è caratterizzato da un'ampia informazione diffusa dai mercati in cui i rischi sono misurabili (e quindi assicurabili). Keynes invece aveva ben capito che le nostre decisioni sono prese in condizioni di conoscenza limitata, a volte di incertezza radicale: mentre il rischio probabilistico è quantificabile, l'incertezza implica non avere nemmeno le basi per conoscere le probabilità che un evento si verifichi o no. La realtà è infinitamente complessa, e nessun agente economico può tenere conto di tutte le possibilità e gli imprevisti che si possono verificare.
INDEBITAMENTO

Con l’avvento del turbo-capitalismo è aumentato il debito a carico di tutti i soggetti economici, individui, imprese e Stati. Un sistema basato sulla compressione del costo del lavoro e delle prestazioni sociali obbliga i lavoratori a indebitarsi per mantenere almeno in parte il tenore di vita. La scarsità della domanda induce le imprese a indebitarsi. La perdita di sovranità economica produce lo stesso effetto sugli Stati.
Un modo per procrastinare questi problemi, senza risolverli, è stato il credito facile, favorito dal basso costo del denaro; ma con la crisi i nodi sono venuti al pettine. Ora le banche, che gestiscono questi flussi, sono decise a tutto pur di riscuotere i propri crediti con gli interessi, benché l'economia reale non sia in grado di farlo. Non si fermano nemmeno davanti alla prospettiva del fallimento degli Stati e della rovina dei popoli.
INDIPENDENZA DELLA BANCA CENTRALE

L'indipendenza della Banca centrale, che come modello puro è stato realizzato solo dalla Bce (v. Banca centrale europea), è un dogma economico tanto diffuso quanto privo di reali giustificazioni. Non ha più senso dell'auspicare una polizia o un esercito indipendenti. La politica monetaria, ossia la capacità di creare moneta e regolarne la quantità in circolazione, è uno strumento importante di governo dell'economia: non si capisce perché lo Stato, legittimato democraticamente, dovrebbe privarsene per affidarlo a presunti tecnici. Si sostiene che una Banca centrale, se autonoma dalle pressioni politiche, è più efficace nel contenere l'inflazione. E' lecito dubitarne, in quanto la Banca centrale non controlla direttamente l'offerta di moneta (v. Moneta endogena) e comunque non è la quantità di moneta a determinare l'inflazione (v. Teoria quantitativa della moneta).
Ma la vera obiezione è che il controllo dei prezzi non è la più importante delle sue funzioni! L'inflazione ha i suoi pro e contro (v. Inflazione). Fondamentale invece è favorire la crescita economica e la piena occupazione. Inoltre il problema è che, una volta ottenuta l'autonomia dalle interferenze dei governi, le Banche centrali si dimostrano tutt'altro che indipendenti da quelle dei privati, in particolare delle banche, che a volte ne detengono la proprietà (v. Proprietà della banca d’Italia).
INDIVIDUALISMO METODOLOGICO

Dalla svolta marginalista in poi, la base dell'analisi non sono più le classi sociali, bensì il singolo individuo, con le sue dotazioni di risorse e preferenze (v. Dotazioni e preferenze). Un individuo concepito astrattamente come homo oeconomicus (v. Homo oeconomicus). Il sistema economico non è altro che la somma dei comportamenti individuali. Manca il nesso causale opposto, come nelle teorie oliste: l’individuo come prodotto esso stesso della società, ossia di regole sociali, istituzioni giuridiche, interessi di ceto ecc. Emblematica in questo senso l'affermazione della Thatcher secondo cui "la società non esiste".
INFLAZIONE

Autentico spauracchio degli economisti ortodossi, che hanno utilizzato ogni mezzo per debellarla, purtroppo con successo. In realtà l’inflazione, se moderata, per la collettività ha più effetti positivi che negativi: 1) favorisce i debitori a scapito dei creditori, soprattutto se imprevista; creditori sono le banche e chi vive di rendita, debitori sono tutti gli altri soggetti che chiedono prestiti (i governi per finanziare la spesa pubblica, le imprese per investire, i privati ad es. per comprare l’abitazione) - 2) lo Stato in particolare è avvantaggiato dall’inflazione, poiché riduce il valore reale del debito pubblico rendendolo più sostenibile - 3) costituisce di fatto una tassa su chi detiene moneta, quindi un’imposta proporzionale alla ricchezza e impossibile da evadere - 4) in teoria danneggia chi vive di un reddito fisso; se però i lavoratori hanno potere contrattuale, salari e pensioni possono essere indicizzati, senza alcuna perdita; ad es. in Italia negli anni ’70, in cui l’inflazione era a due cifre, la quota salari sul Pil raggiunge il livello massimo - 5) periodi di alta inflazione sono spesso correlati a forte crescita economica.
Viceversa, combattere a tutti i costi l’inflazione genera gravi problemi: 1) impedisce allo Stato di finanziare la spesa pubblica, tramite emissione di moneta da parte della Banca centrale - 2) la Banca centrale deve tenere alti i tassi di interesse, e questo ovviamente ostacola l’investimento - 3) poiché la curva di Phillips prevede un’alternativa (trade-off) tra inflazione e disoccupazione, diminuire la prima può provocare un aumento della seconda (v. Tasso naturale di disoccupazione) - 4) se ottenuta tramite moderazione salariale, incide sui redditi della popolazione e abbatte la domanda effettiva
INVESTIMENTI ESTERI (IDE)

Politici ed economisti auspicano continuamente l'afflusso di capitali esteri, e sono disposti a qualsiasi misura anti-sociale (privare di garanzie i lavoratori, abbassare le tasse sulle imprese ecc.) pur di ottenerli. Non vedono l'altro lato della medaglia, cioè che capitali stranieri sono una forma di indebitamento: dovranno essere restituiti con gli interessi, e i profitti vengono portati all'estero. Si tratta di flussi volatili, che vanno e vengono nei momenti sbagliati: arrivano nei periodi di fiducia e crescita economica, generando bolle speculative (es. immobiliari), e fuggono nei periodi di crisi, magari proprio per lo scoppio della bolla (come accaduto in Grecia). Non stupisce che in passato alcuni paesi (come Finlandia o Giappone) abbiano posto forti limiti all'afflusso degli investimenti esteri, traendone benefici. L’Italia nel dopoguerra non ha mai avuto bisogno di capitali esteri per svilupparsi, avendo un tasso di risparmio tra i più alti del mondo; un ruolo importante era inoltre giocato dagli investimenti pubblici.
LACCI E LACCIUOLI

I modelli neoclassici descrivono l'economia come un sistema che si auto-regola, in grado di tornare spontamenteanete all'equilibrio dopo ogni variazione, senza bisogno di interventi esterni. Il turbo-capitalismo è quindi allergico ai limiti e alle regole. Pazienza se poi ciclicamente produce crisi e fallimenti, che lo Stato deve sanare a spese della collettività (v. salvataggi). I fondamentalisti del mercato hanno invocato l'eliminazione di "lacci e lacciuoli" per dar modo alla sua forza di dispiegarsi pienamente; ora la bestia è scatenata e, come in certi film dell'orrore, pur provocando danni ovunque, non si riesce più a imprigionarla.
Il linguaggio comune, a volte se che ne siamo consapevoli, riflette questa dottrina. Ad es. l'espressione "distorsione della concorrenza e del mercato" non è affatto neutra, ma contiene il giudizio implicito che il mercato sia un meccanismo retto e giusto, da non deviare. Se viceversa lo consideriamo come un sistema che, lasciato a se stesso, produce esisti iniqui e disarmonici, occorreranno sistematici interventi pubblici, che bisognerebbe chiamare di "correzione del mercato".
Di fronte ai continui fallimenti del mercato, la reazione degli apologeti è paradossale: invocano ancora più mercato. Come se un medico, di fronte ad un malato che soffre gli effetti dell'abuso di alcol o droga, gli dicesse che il problema non è che assume sostanze stupefacenti, ma che deve solo aumentarne le dosi.
LEGGE DELLA DOMANDA E DELL'OFFERTA

La quantità domandata di un bene aumenta quando il prezzo si abbassa, e diminuisce quando il prezzo si alza; viceversa per l’offerta del bene. E’ una delle leggi basilari dell’economia, ma è vera? La volontà di acquistare dipende da molteplici fattori economici ed extra-economici: non si capisce perché gli economisti disegnino una curva di domanda dipendente da un'unica variabile, il prezzo. Ad es. è possibile rifiutare un bene/servizio a qualunque costo, o viceversa desiderarlo così tanto da subire qualsiasi sacrificio; è possibile non volerlo proprio in quanto merce e non gratuito, o viceversa acquistare come forma mascherata di beneficienza; è possibile scegliere cosa compare in base all’identità del venditore, al paese da cui provengono i beni, al tempo necessario per acquistarli, alle condizioni di lavoro o ambientali a cui sono stati prodotti, agli effetti sociali dell’acquisto; e ovviamente la qualità del prodotto è altrettanto importante.
A parte questo limite di fondo, vi sono comunque dei casi in cui la legge non vale, ed è invertita: 1) per speculatori e commercianti l’alto prezzo fa presagire rialzi futuri  (es. titoli in borsa) - 2) quando il prezzo è indice di qualità (es. trattamenti estetici) - 3) quando il costo serve per manifestare il prestigio dell’acquirente (es. abiti di lusso) e separarlo dalla massa
LEGGE DI SAY

Teoria dell'economia classica per cui l'offerta crea sempre la propria domanda. Già criticata da Keynes, è contraria all'esperienza quotidiana. Se così fosse, le imprese potrebbero dismettere i propri uffici commerciali: basterebbe produrre qualsiasi genere e quantità di merci per riuscire a venderle...
LIBERALIZZAZIONI (deregulation)

Abolizione di norme che disciplinano le professioni, quali prezzi controllati, tariffe convenzionate, licenze, albi professionali, orari di apertura, divieti, concessioni, contratti collettivi ecc. Se in astratto favoriscono i consumatori (v. Consumatori), l'effetto reale è di favorire le grandi imprese (a volte estere) a danno dei piccoli negozi e degli autonomi. Ad esempio, in Italia sta scomparendo il commercio al dettaglio. Penalizzando la classe media, deprimono la domanda interna, e innescano guerre contro finti privilegiati (taxisti, giornalisti, panettieri ecc.), mentre quelli veri continuano a prosperare.
LUNGO PERIODO

Nell'economia ortodossa è un tempo mitico, raramente quantificato, in cui il sistema va a coincidere spontaneamente con i modelli astratti di equilibrio economico (v. Equilibrio economico generale) e piena occupazione. Il concetto non appartiene quindi alla dimensione temporale, ma logica. Nel breve periodo, naturalmente, le cose procedono invece in tutt'altro modo. Keynes giustamente criticava questa attesa quasi messianica, per giustificare l’inerzia nel presente: "gli economisti si attribuiscono un compito troppo facile e troppo inutile se, in momenti tempestosi, possono dirci soltanto che, quando l'uragano sarà passato, l'oceano tornerà tranquillo"; “nel lungo periodo siamo tutti morti”.
MANO INVISIBILE

A. Smith usa questa metafora una sola volta nella "Ricchezza delle nazioni", ma i suoi epigoni ne hanno fatto un dogma in cui credere ciecamente. Una magica armonia prestabilita garantisce che, se ogni agente economico fa solo il proprio interesse personale, si realizza una situazione favorevole per tutti. Come per chi crede negli ufo o nei fantasmi, l'onere della prova ricade su chi ipotizza l'esistenza di enti non visibili ai più. La mano invisibile, se è tale, è forse perché non esiste.
Nel mondo reale, infatti, è semmai l'eccezione che conferma la regola: se uno mira al proprio esclusivo interesse senza curarsi degli altri, egli ne trarrà vantaggio e gli altri nulla, o anzi un danno. Non è un caso che ogni civiltà storica abbia incoraggiato i comportamenti cooperativi e altruisti, chiamando ogni membro a fare l’interesse della collettività, che è poi anche il proprio; nemmeno può chiamarsi società quella dove ogni membro pensa solo a sé stesso.
MATEMATICA

Si deve ai marginalisti l'innovazione di introdurre la matematica nell'economia, disciplina tradizionalmente legata all'ambito storico-morale, per conferirle quel rigore scientifico che la facesse assomigliare alle scienze naturali (v. Scienza). Se nella "Teoria generale" comparivano solo poche formule, oggi gli articoli delle riviste economiche non sono considerati seri se non comprendono numerosi ed elaborati calcoli matematici. Giungono dei contributi persino dalla fisica: il modello Black-Scholes per calcolare i prezzi delle azioni è derivato dai moti browniani...
Ma la matematica è solo una forma, che può rivestire indifferentemente un contenuto vero o falso. Essa impone di formalizzare i rapporti tra i fenomeni in modo necessario, unilaterale ed esattamente quantificato, il che obbliga a drastiche semplificazioni. Quanto più le tecniche matematiche si fanno complesse, tanto più si affievoliscono i legami con la realtà concreta, complessa e mutevole; lo studio economico diviene un gioco sofisticato ma autoreferenziale. E costituisce una forte barriera che isola l'economia dalle altre culture: gli intellettuali di altri ambiti non comprendono le formalizzazioni matematiche, e gli economisti non accettano contributi dai “non addetti ai lavori” perché non usano il proprio linguaggio.
MERCATI AZIONARI EFFICIENTI

La deregolamentazione e lo sviluppo incontrollato di marchingegni finanziari sono stati facilitati dalla teoria economica dei mercati azionari efficienti. Questa teoria bislacca prevede che il prezzo di un'azione incorpori tutte le informazioni disponibili, e quindi rifletta perfettamente il valore dell'impresa, i rischi e i rendimenti futuri (i cd. fondamentali). Se così fosse, non si formerebbero mai bolle speculative; ma, dalla bolla dei tulipani olandesi nel '600 fino a quella delle società "dotcom" nel 2000, gli indici borsistici seguono andamenti irrazionali, in cui a picchi seguono crolli improvvisi. Infatti, mentre nei mercati delle merci gli aumenti di prezzo vengono riequilibrati da un calo della domanda, in quelli finanziari non vale la legge della domanda e dell’offerta: quando il prezzo di un titolo sale, sopraggiungono nuovi acquirenti, attratti dai rendimenti; e viceversa.
Keynes aveva ben compreso che i prezzi delle azioni dipendono da ondate irrazionali di ottimismo (cd. spiriti animali) e pessimismo degli investitori. Non riflettono i fondamentali, ma semmai il valore futuro a cui si pensa che il titolo verrà venduto. Egli faceva il paragone con un concorso di bellezza, in cui i giudici non votano la donna secondo loro più bella, ma quella che ritengono che gli altri giudichino più bella. In tempi più recenti l'intrinseca instabilità finanziaria è stata analizzata da H. Minsky : si ha un ciclo dove si susseguono investitori coperti, speculativi e ultraspeculativi.
MERCATO

L'idolo degli economisti, per compiacere il quale non smettono di offrire sacrifici umani.
Come sistema di produzione e distribuzione, il mercato indica il metodo di lasciare le decisioni alla spontanea iniziativa dei privati, senza l'intervento di un'autorità che rappresenti la collettività, in particolare lo Stato. Il risultato di tale metodo si presuppone sia un equilibrio (v. Equilibrio economico generale). In pratica affidarsi al mercato significa non fare nulla, nella fede provvidenziale che le decisioni individuali si armonizzino nel migliore dei modi possibili grazie alla mano invisibile (v. Mano invisibile). Di solito invece il risultato è che il ricco vince e il povero soccombe: se la guerra è la legge del più forte, il mercato è la legge del più ricco.
Il contrario del mercato è quindi la progettualità umana, la programmazione dei rapporti economici in vista di valori etici e politici, la pianificazione (v. Pianificazione). E' ciò che avviene ad es. all'interno di una squadra sportiva, di un esercito, di un'impresa stessa: i giocatori, i soldati, gli operai non vengono lasciati alla libera iniziativa individuale, ma sono organizzati per il raggiungimento di un obiettivo comune.
MERCIFICAZIONE

Già Marx aveva intuito che il capitalismo tende a ridurre a merce ogni bene e valore. Ora il processo ha raggiunto la sua fase estrema: tutto si può comprare e ogni cosa ha un prezzo. La scuola, l’ospedale, il museo ecc. diventano aziende, e chi ne usufruisce un cliente. Si considera lecita la compravendita dei corpi (prostituzione), dell'ambiente (diritti di inquinamento), dei bambini (utero in affitto), del tempo libero (industria del divertimento) ecc. L'immaginario degli individui è colonizzato, tramite la propaganda pubblicitaria (v. Pubblicità) ai valori del consumismo. Le logiche commerciali si insinuano nelle relazioni tra le persone: pensiamo ai social network e all'uso che i gestori fanno di quei dati.
MODELLO IS/LM

E' l'interpretazione che Hicks e Modigliani fecero del pensiero di Keynes, neutralizzandone gli elementi di rottura e riconducendolo entro i parametri tradizionali. Prodotto e occupazione vengono analizzati con la macroeconomia keynesiana, mentre per i singoli mercati si usa ancora l'impostazione neoclassica, ora denominata "microeconomia": il risultato fu la "sintesi neoclassica". J. Robinson definiva questo approccio "keynesismo bastardo". Per far funzionare il modello occorre attribuire un ruolo preponderante, e tutto da dimostrare, al tasso di interesse.
MONETA ENDOGENA

I manuali di macroeconomia insegnano che la funzione di creare moneta spetta alla Banca centrale. In realtà la Banca centrale stampa solo il circolante (banconote e monete metalliche), che rappresenta solo il 5% circa del denaro esistente. La restante parte è costituita da moneta elettronica (v. Moneta fiat), generata dai prestiti delle banche, che assumono la forma di depositi sui conti correnti e altri strumenti finanziari. La quantità di moneta in circolazione dipende perciò da forze interne al circuito economico: dalla domanda di moneta da parte dei privati e dalla propensione al rischio da parte delle banche private, che decidono la quantità dei prestiti in base alle aspettative di profitto. La Banca centrale non ha un vero potere di controllare l'offerta di moneta, ma può solo fissare il tasso di interesse a cui si rifinanziano le banche, influendo così indirettamente sulla domanda di moneta.
MONETA FIAT (fiat money)

Se i profani (e certi modelli economici) pensano ingenuamente che le banche siano intermediari tra risparmiatori e imprenditori, nella realtà le banche private hanno assunto il potere del Dio biblico di creare “ex nihilo”, il denaro in questo caso. In pratica prestano denaro che non hanno, denaro che poi viene depositato in altre banche, le quali ripetono l'operazione un numero indefinito di volte, generando così un valore di svariati multipli superiore a quello iniziale. Si parla di moltiplicatore dei depositi, anche se sarebbe più corretto dire che i prestiti precedono i depositi e ne sono la causa.
In teoria il limite alla creazione di moneta creditizia è rappresentato dalle riserve (ove obbligatorie, ad es. non in Gran Bretagna). In realtà le banche decidono l'ammontare dei prestiti in base alle proprie strategie finanziarie, e poi si fanno prestare le riserve necessarie.
La proliferazione incontrollata di moneta fomenta bolle finanziarie e piramidi di debiti, generando instabilità economica a livello mondiale; ciò in quanto consente di comprare con semplici promesse di pagamento senza alcuna contropartita reale. Separare l'attività creditizia da quella monetaria, ossia imporre una riserva obbligatoria del 100%, fu una proposta rivoluzionaria che risale agli anni '30 e prende il nome di "piano di Chicago". Ad es. le banche islamiche funzionano già in base a questo principio. Ma la finanza non accetterebbe mai di privarsi della fonte del suo potere...
NATURALE

Gli economisti fanno uso frequente del termine "naturale" associandolo alle proprie leggi e concetti; uso evidentemente improprio perché ciò che studiano non è un oggetto della natura, ma la società umana, storicamente determinata. Alcuni considerano naturale addirittura il libero mercato, istituzione del tutto artificiale, frutto di norme giuridiche garantite dal potere politico e giustificate da teorie economiche. Gli antropologi hanno una visione assai diversa: nei popoli primitivi i rapporti economici sono regolati da reti di amicizia, tabù religiosi e consuetudini sociali; accanto al baratto troviamo prassi come il dono reciproco, il comunismo familiare e la redistribuzione ad opera dell'autorità.
NEUTRALITA' DELLA MONETA

Nel paradigma classico la moneta è un semplice mezzo per facilitare la compravendita, non ha alcun ruolo sull'economia reale, incidendo solo sui prezzi: è un velo dietro a cui si svolgono gli scambi. Se così fosse, le politiche monetarie di espansione o contrazione operate dalla Banca centrale sarebbero inutili; invece l'esperienza mostra che producono effetti sul tasso di interesse, sul tasso di cambio, sul reddito e sull'occupazione. I liberisti non si accorgono della differenza tra un'economia primitiva di baratto e un capitalismo iper-finanziarizzato, con banche che creano denaro virtuale (v. Moneta fiat). Nell'economia moderna la moneta è anche e soprattutto riserva di valore, come aveva capito Keynes, il che influisce sulle decisioni di risparmio e investimento.
NON C'E' ALTERNATIVA

L'economia, in quanto fondamento scientifico del pensiero unico, soffre della sindrome "tina" (there is no alternative): ai rapporti sociali quali interpretati e prescritti dagli economisti non c'è alternativa. Non perché sia il migliore dei mondi possibili, ma perché è proprio l'unico. Rivoluzione o riforme (v. Riforme) radicali del sistema non sono concepibili. Se si propone come alternativa un modello già esistito nel passato, si viene bollati come reazionari; se un modello nuovo per il futuro, come utopisti. Schiacciato in un eterno presente, il neoliberismo pretende di aver realizzato la fine della storia.
NOBEL

Il premio Nobel per l’economia non è conferito dall’Accademia, ma dalla banca di Svezia. Essa è  stata incredibilmente generosa nel premiare gli economisti della scuola liberista, contribuendo a legittimarne le teorie. Nobel nel 1975 a M. Friedman (probabilmente l'uomo che più ha fatto danni all'umanità nel XX secolo, dopo Hitler), nel 1995 a R. Lucas (quello delle famigerate aspettative razionali - v. Aspettative razionali), nel 1997 a Merton e Scholes (poi coinvolti nel fallimento di un fondo di investimento), nel 2004 a Kydland e Prescott (quelli del ciclo economico reale - v. Ciclo economico reale), nel 2006 a E. Phelps (a cui si deve la “dimostrazione” dell'assenza di alternativa tra inflazione e disoccupazione, per cui conviene occuparsi solo della prima), nel 2013 a E. Fama (fanatico sostenitore dell’efficienza dei mercati finanziari - v. Mercati azionari efficienti). Va notata la quasi totale assenza di donne.
NUMERI

In Italia ormai da parecchi anni politici, giornalisti e opinione pubblica litigano su bazzecole, mentre le grandi scelte economiche non vengono mai all'ordine del giorno. Poiché il nostro paese è ormai commissariato dall'Unione europea, i margini di manovra dei governi sono sempre più stretti. Quando si discute di sprechi, costi della politica, corruzione, tasse ecc., senza nulla togliere alla giustezza delle iniziative in linea di principio,l'importante è considerare l'ordine di grandezza di un provvedimento.
Alcuni esempi. Salvataggi delle banche nell'Ue (v. Salvataggi): 1600 miliardi di euro - Ltro (v. Aiuti alle banche/agli Stati): 1000 miliardi - interessi finora pagati dall'italia sul debito pubblico: 1700 miliardi - fiscal compact: 50 miliardi (ogni anno per 20 anni) - contributi italiano versato per il fondo Esfs: 28 miliardi - contributi italiano da versare per il fondo Mes: 125 miliardi (in 5 anni)
Invece ad es., abolizione dell'Imu 1° casa: 4 miliardi - sistemazione degli "esodati": 5 miliardi - finanziamento pubblico ai partiti: 2,7 miliardi (dal 1993 a oggi) - costo delle auto blu: 1 miliardo - aumento dell'iva: 3 miliardi