DEBITO PUBBLICO

Ci hanno fatto credere che la crisi e l'attacco dei mercati dipendevano dal debito pubblico italiano, ritenuto insostenibile (120% del Pil). In realtà, per valutare le prospettive economiche di uno Stato, occorre considerare anche il debito privato (dei privati e delle imprese) ed estero. E da questo punto di vista, l'Italia era in condizioni peggiori di altri. Infatti i primi paesi ad essere vittime della speculazione non furono quelli con elevato debito pubblico (es. Italia e Belgio), ma quelli con debiti pubblici contenuti (es. Irlanda 44%, Spagna 40%, Portogallo 65%) e alto debito estero.
Inoltre va precisato che il debito pubblico italiano, esploso a seguito del divorzio tra Banca d'Italia e Tesoro (v. Divorzio banca d’Italia/Tesoro), continua ad aumentare non a causa di una spesa pubblica fuori controllo, ma esclusivamente a causa degli interessi per un effetto “palla di neve”. Infatti è dall'inizio degli anni '90 che l'Italia ha un saldo primario in attivo, cioè lo Stato incassa con le tasse più di quanto spende: il deficit dipende solo dagli enormi interessi accumulati.

casa
DEINDUSTRIALIZZAZIONE

Negli anni ’80 l’Italia era la quinta potenza economica mondiale. Il miracolo economico era stato reso possibile da una rete di grandi industrie, concentrate soprattutto nel triangolo del nord-Italia. Erano imprese pubbliche e private, che impegnavano tutti i settori: Fiat, Pirelli, Alfa Romeo, Falck, Breda, Olivetti, Ansaldo, Eni, Montedison, Fincantieri ecc.
Ora di questo sistema produttivo non rimane quasi più nulla. Le grandi industrie sono state smantellate, delocalizzate, privatizzate o vendute agli stranieri. Varie sono le cause profonde.
La tendenza è comune all’intero mondo occidentale, il quale subisce le conseguenze della globalizzazione (v. Globalizzazione), accettata come una fatalità, che consente di delocalizzare là dove i costi del lavoro sono senza misura inferiori.
In Europa, come dice P. Krugman, è in corso una “mezzogiornificazione” delle nazioni periferiche a vantaggio del centro. Una divaricazione economica che accentra in Germania capitali e industrie tecnologiche, lasciando agli altri paesi solo settori a bassa intensità di capitale e produzioni di infimo livello; ne derivano disoccupazione ed emigrazione.
Per quanto riguarda l’Italia in particolare, lo Stato, che deteneva circa la metà delle industrie strategiche, sotto la spinta delle teorie liberiste, ha rinunciato al ruolo di imprenditore, dando il via a massicce privatizzazioni. I Trattati europei impediscono gli aiuti di Stato e i dazi commerciali. Ora il cambio sopravvalutato dell’euro rende le nostre merci poco competitive rispetto a quelle importate, mettendo a rischio anche le piccole imprese.
DEMOCRAZIA

I liberisti vaneggiano a proposito di uno stretto rapporto tra democrazia e libero mercato. In realtà democrazia e mercato funzionano in base a principi diversi: "una testa un voto" il primo, "un dollaro un voto" il secondo. Il mercato è intrinsecamente oligarchico, perché assegna potere economico, di consumare e produrre, in base alle proprie ricchezze: è sì un'elezione permanente, ma in cui c'è chi ha 1 voto e chi 1000.
Il capitalismo non temperato costituisce quindi una minaccia per la democrazia: da una parte perché le scelte di politica economica (moneta, servizi, commercio estero, regolazione, pianificazione...), che possono essere prese a livello pubblico, vengono inibite, in favore dei mercati man mano che questi si espandono; dall'altra perché le istituzioni residue vengono infiltrate e corrotte dai poteri privati che finanziano media, partiti e uomini politici. Attualmente si può dire che viviamo in una post-democrazia, che della democrazia novecentesca conserva solo nomi e riti (es. le elezioni), mentre il potere reale è nelle mani di oligarchie non elette.
DERIVATI

Questi strumenti finanziari dai nomi fantasiosi (credit default swaps, collateralized debt obligations, exchange rate swaps...), nati per garantirsi contro variazioni sfavorevoli dei prezzi nel tempo, sono divenuti titoli di natura speculativa, una sorta di scommessa. Circolano per una valore superiore di oltre 10 volte al Pil mondiale, e costituiscono un grave fattore di instabilità e rischio. Costituiscono bombe a orologeria nei bilanci di banche, imprese ed enti pubblici, in quanto piccole variazioni di prezzi possono causare perdite enormi.
DIFFERENZIALE BTP-BUND (spread)

Ci hanno fatto credere che il famigerato spread rifletta lo stato della nostra economia e il rischio di fallimento; in realtà riflette solo il livello di sudditanza di un paese al capitale transnazionale. Pur di mantenere la fiducia dei "mercati", si è costretti a praticare l'austerità, sostenere governi tecnici, deprimere la domanda interna ecc. Ma le finanze italiane non erano particolarmente critiche (v. Debito pubblico). Ci sono paesi in condizioni economiche analoghe o peggiori, che però sono immuni dalla speculazione, ad es. Usa (deficit commerciale cronico), Gran Bretagna (sistema bancario collassato), o Giappone (debito/pil oltre il 200%). Come mai, cos'hanno in più rispetto a noi? Un unico fattore: una Banca centrale che svolge il suo lavoro, ossia fa da prestatrice di ultima istanza, acquistando i titoli di Stato invenduti e scongiurando il rischio di aste deserte. Noi invece abbiamo la Bce (v. Bce), la cui unica funzione è debellare un'inflazione inesistente.
Nell'Unione europea un'altra semplice soluzione, per contenere il differenziale nei paesi periferici, sarebbe l'emissione dei famosi euro-bond, così da uniformare il rischio e abbassare gli interessi; ma la "virtuosa" Germania non ne vuole sapere...
DISOCCUPAZIONE

Generalmente viene chiamata "strutturale" la disoccupazione che consiste nella non corrispondenza tra domanda e offerta di lavoro. Nella teoria neoclassica la disoccupazione nel lungo periodo non esiste, nel breve periodo dipende da un unico fattore: data la relazione inversa tra salari e occupazione, la colpa non può che essere dei salari troppo alti.
Nella teoria neoclassica la disoccupazione non esiste. La forza-lavoro è concepita come merce: domanda e offerta si equilibrano in base all'oscillazione del suo prezzo; è sufficiente che si abbassi perché ritorni il pieno impiego. In un modello del genere sindacati e contratti collettivi sono controproducenti, perché mantengono alte le retribuzioni.
I presupposti di questa impostazione sono assai opinabili: 1) il costo del lavoro non è per l'imprenditore l'unica motivazione per assumere (contano semmai le aspettative sui guadagni futuri), né lo è per il lavoratore l'entità del salario; 2) trascura la disoccupazione frizionale (ricerca di un nuovo impiego), tecnologica e ciclica (da ciclo economico negativo); 3) ignora l'altra variabile che incide sui costi di produzione, ossia il profitto (ben potendo un aumento dei salari essere compensato da una contrazione dei profitti); 4) non considera l'effetto sull'intero sistema economico di un calo generalizzato delle retribuzioni, ossia la diminuzione della domanda aggregata, e quindi dei consumi e del Pil
Ma è l'intero discorso economicista a essere viziato alla radice. Se si considera il lavoro un diritto (al pari dell'istruzione, della sicurezza, della salute ecc.), lo Stato non può lasciarne la dispensazione alle forze cieche del mercato, ma deve garantirlo a tutti (come sarebbe assurdo accettare l'analfabetismo, solo perché non si incontrano domanda e offerta di istruzione); direttamente, facendosi datore di lavoro "di ultima istanza", o indirettamente, imponendo alle imprese private quote di disoccupati da assumere. La disoccupazione può ben essere abolita per legge e scomparire, come avveniva in Urss, essendo un problema politico e non tecnico-economico. Ciò è particolarmente urgente in Europa, dove la piaga della disoccupazione, palese o mascherata (scoraggiati, semi-occupati, precari ecc.), coinvolge decine di milioni di persone.
DIVORZIO BANCA D'ITALIA/TESORO

Fino al 1981 la Banca d'Italia garantiva di acquistare i titoli del debito pubblico invenduti; in quella data, per un'iniziativa del ministro del Tesoro Andreatta in accordo con il governatore Ciampi, l'obbligo venne meno, sulla scorta della dottrina dell'indipendenza della banca centrale (v. Indipendenza della banca centrale). Da quel momento lo Stato per finanziarsi deve ricorrere ai mercati, i quali naturalmente impongono le proprie condizioni. La conseguenza fu l'aumento degli interessi pagati sui titoli di Stato e quindi l'esplosione del debito pubblico, che in un decennio raddoppiò dal 60 al 120%. Come concausa dell'aumento del debito va menzionata anche l'evasione fiscale: contrariamente a quanto si dice, la spesa pubblica in Italia è sempre stata in linea con la media europea, ma le entrate erano insufficienti per la difficoltà nel raccogliere i tributi.
DISUGUAGLIANZA

Poiché il liberismo è indifferente al valore dell'uguaglianza, da quando le riforme economiche ad esso ispirate vengono attuate in tutto il mondo, si è assistito ad un notevole aumento delle disuguaglianze. Ad es., a livello internazionale, gli 85 individui più ricchi del pianeta detengono un patrimonio pari alla metà più povera dell’intera popolazione mondiale. Negli Usa il 10% dei cittadini più abbienti detiene il 70% della ricchezza, e l'1% più abbiente il 35%. Nei paesi Ocse, dal 1976 a oggi, la quota-salari sul Pil è diminuita mediamente dal 68 al 58%, e in Italia al 53%. In Italia, se nel 1980 un dirigente di grande azienda guadagnava 40 volte lo stipendio di un operaio, ora il rapporto è di 1 a 400.
Nella distribuzione dei redditi si è passati da un modello "a staccionata" ad un modello "a gradini": mentre nel corso dei 30 anni gloriosi (v. Trenta anni gloriosi) la regola era un aumento del reddito per tutte le classi sociali, successivamente si ha un aumento solo per i redditi più alti, una situazione stagnante per chi sta in mezzo, e addirittura un peggioramento, in termini di salari reali, per i più poveri. Anche la mobilità sociale diminuisce: in assenza di compensazioni, i figli di genitori benestanti ottengono un vantaggio iniziale incolmabile. La polarizzazione della ricchezza provoca una progressiva scomparsa della classe media, quella borghesia (compresi operai e contadini imborghesiti) che è stata la base dei moderni Stati democratici; si scivola verso un capitalismo "sudamericano" in cui, accanto ad una minoranza di privilegiati, convive una massa di esclusi.
DIVISIONE DEL LAVORO

A. Smith attribuiva la "ricchezza della nazioni" alla produttività determinata dalla divisione del lavoro, ovvero dalla specializzazione dei lavoratori in attività sempre più circoscritte. Non è difficile scorgere in questa tendenza, oltre che una maggiore efficienza, un pericolo di disumanizzazione. Marx, che concepiva il lavoro come auto-realizzazione, immaginava invece che "nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società... mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell'altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia". 
Nella nostra società la distinzione essenziale è tra i lavori manuali / routinari / dipendenti da una parte, e quelli intellettuali / creativi / direttivi dall'altra. Poiché la maggior parte delle persone preferisce un'occupazione del secondo tipo, la legge della domanda e dell'offerta dovrebbe rendere quelle del primo tipo più remunerate. Invece, paradossalmente, è il contrario: i lavori che nessuno vuole fare sono anche i peggio pagati.
DOMANDA EFFETTIVA

Purtroppo molti economisti ancora non capiscono la scoperta basilare di Keynes per cui l’offerta dipende dalla domanda, checché ne dica Say (v. Legge di Say): è inutile produrre se nessuno acquista. E non basta il mero desiderio di acquistare, è necessaria un’effettiva capacità di spesa. Nei periodi di crisi, quindi, occorrerà stimolare la domanda con più spesa pubblica e meno tasse. Ma anche nei periodi normali i salari devono stare al passo della produttività, altrimenti verranno prodotte merci in modo sempre più efficiente, ma i redditi non saranno sufficienti a comprarle. E’ quanto sta avvenendo a livello mondiale come effetto della globalizzazione (v. Sovrapproduzione/sottoconsumo)
DOTAZIONI E PREFERENZE

I modelli degli economisti prevedono scambi sul mercato, determinati da tre fattori: tecnologia, dotazioni e preferenze. Tutti i fattori sono considerati esogeni, cioè dati e non bisognosi di spiegazione: già questo è un limite autoimposto poco giustificabile. Tale sistema garantirebbe efficienza allocativa e libertà di scelta.
In realtà il mercato registra solo la domanda di beni e servizi, anche superflui, di chi ha i mezzi economici per domandare, mentre ignora la domanda non solvibile, anche se si tratta di bisogni essenziali. Chi ha preferenze ma non dotazioni non compare nei grafici e nelle equazioni, è come se non esistesse per l’economista. Come può definirsi efficiente un sistema in cui milioni di persone soffrono la fame, mentre una minoranza di privilegiati ha problemi di obesità?
Quanto alla libertà di scelta, quella garantita dal mercato non è una libertà effettiva, bensì limitata dai vincoli di bilancio. Vincoli che sono molto diversi a seconda delle condizioni economiche degli individui; per alcuni si tratta di una libertà puramente teorica: pochi sono liberi di comprarsi un panfilo. Le dotazioni fanno la differenza, molto più delle preferenze. Di conseguenza, lasciare ampi spazi al di fuori del mercato (es. istruzione, sanità ecc.), se limita la libertà di scelta di una minoranza, garantisce quei diritti a tutti.
ECONOMIA MISTA

Molti sono disposti ad ammettere che l'attuale sistema economico è/ha fallito, ma non vi è consenso sulle alternative. Si parla di nuovo modello, cambio di paradigma (magari portato avanti individualmente o dai movimenti)... ma restano concetti vaghi e progetti inefficaci sulla larga scala. Così il finanz-capitalismo permane indisturbato (v. Non c'è alternativa). Il realtà la soluzione è introvabile perché semplice e banale: il modello (almeno come obiettivo minimo) è sempre lo stesso, la cd. "socialdemocrazia". Sia il comunismo (lo Stato senza mercato), sia il liberismo (il mercato senza Stato) hanno fallito: il compromesso socialdemocratico coglie i vantaggi di entrambi. Le sue caratteristiche sono: politica sovraordinata all'economia, imprese pubbliche accanto a quelle private, mercati regolati, sovranità monetaria, sicurezza sociale (ossia sostegno al reddito in caso di vecchiaia, malattia, infortunio e disoccupazione), diritti dei lavoratori, sindacati forti, imposte progressive, limiti alla circolazione dei capitali e delle merci.
L'economia mista si afferma nei paesi occidentali nei Trenta anni gloriosi (v. Trenta anni gloriosi); ha funzionato così bene che è stata adottata da governi e partiti progressisti (socialdemocratici, socialisti, laburisti), ma anche conservatori e nazionalisti (cattolici, peronisti, baathisti ecc.). Forse la realizzazione più completa del modello si ebbe nei paesi nordici e in particolare in Svezia, dove si progettava addirittura di trasferire le azioni delle imprese ai sindacati.
EQUILIBRIO ECONOMICO GENERALE

Si deve a Walras la teoria per cui il mercato, attraverso l’aggiustamento continuo dei prezzi, garantisce un equilibrio che consiste nella perfetta corrispondenza di domanda e offerta. L’impostazione verrà successivamente formalizzata e perfezionata dal  modello Arrow-Debreu, e recentemente tramite i sofisticati modelli di “equilibrio generale stocastico dinamico”. Tramite un sistema di equazioni si ottengono i prezzi delle merci e le quantità comprate e vendute.
Tuttavia questo filone di ricerca matematica non è mai riuscito a dimostrare l’essenziale: 1) che l’equilibrio esista, 2) che sia unico e 3) che sia stabile (come dimostra ad es. il teorema di Sonnenschein-Mantel). A meno che si introducano condizioni molto particolari, come assenza di beni pubblici ed esternalità, preferenze complete e coerenti, rendimenti di scala non crescenti, dotazioni che garantiscano l’autosufficienza ecc. Si tratta di esercizi privi di legami con il mondo reale, adatti  solo a esasperare gli studenti di economia.
ETICA DEL LAVORO

Le culture tradizionali consideravano il lavoro come una triste necessità o una maledizione (es. la condanna di Adamo ed Eva dopo il peccato originale). Nel mondo greco-romano l'uomo libero si dedicava all'ozio (che comprendeva letteratura, politica ecc.), mentre il lavoro era riservato agli schiavi. Idem per l’antica aristocrazia. Poi la borghesia ha inventato l'etica del lavoro, e il “proletariato” se ne è appropriato acriticamente.
Ora questa mentalità lavorista è universale. Le persone sono spinte al lavoro dal miraggio della carriera, dall'obbligo di essere professionali, dalla retorica del fare squadra, dal desiderio di acquistare l'ultima merce alla moda, dal timore del licenziamento...Si lavora tanto, troppo (v. Orario di lavoro), nell'interesse soprattutto di chi ne trae i profitti. Ma incentrare la propria esistenza sulle esigenze della produttività significa perdere di vista i valori "inutili" e gratuiti: amore, natura, cultura, spiritualità, arte, gioco ecc.; proprio ciò che rende la vita degna di essere vissuta.
EURO

E’ ormai chiaro a tutti, fuorché agli economisti ufficiali, che l’unione monetaria fu un errore clamoroso, in assenza di una preesistente unione politica. Per i paesi della “periferia” europea costituisce una maledizione, avendo tutti i difetti di un cambio fisso (v. Cambio fisso), che non consente di difendere l’economia dagli shock esterni. Per la Germania e i paesi del “centro”, nostri concorrenti nel settore manifatturiero, costituisce invece un enorme vantaggio: hanno ottenuto contemporaneamente una moneta più debole, la possibilità di prestare denaro ai Piigs senza rischi e uno sbocco per le proprie merci.
Rispetto alla vecchia lira il cambio è sopravvalutato di almeno il 30% (laddove  specularmente la moneta tedesca risulta svalutata), il che ci ha chiuso i mercati esteri, aprendo i nostre alle importazioni. Perdipiù l’euro è troppo forte rispetto al dollaro e alle altre valute. Non è un caso che, da quando esiste l’euro, l’Italia ha visto peggiorare la propria bilancia commerciale (v. Squilibri commerciali), mentre quella tedesca migliorava.
ETERODOSSI

Definisce il pensiero economico che non è contenuto nei limiti angusti del consenso “mainstream”, ossia appunto l’ortodossia. Ci sono stati anche economisti che hanno interpretato la propria missione in modo profondo e intellettualmente onesto. E le teorie classiche sono uscite malconce dalle loro critiche: per questo generalmente vengono ignorati e sminuiti. Attenti quindi: se il manuale di macroeconomia che state leggendo non li cita nemmeno, vi sta imbrogliando.
Ecco una bibliografia minima: K. Marx (“Il Capitale”), K. Polanyi (“La grande trasformazione”), J.M. Keynes (“Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”), M. Kalecki (“Teoria della dinamica economica”), P. Sraffa (“Produzione di merci a mezzo di merci”), J. Robinson (“L’accumulazione del capitale”), N. Kaldor (“Il flagello del monetarismo”), J.K. Galbraith (“Il nuovo stato industriale”), H. Minsky (“Potrebbe ripetersi?”). P.Davidson (“”Post keynesian macroeconomic theory), S. Keen (“Debunking economics”), A. Graziani ("La teoria del circuito monetario"), E. Brancaccio (“Anti-Blanchard”), M. Lavoie (“L’economia post-keynesiana”), J. Sapir (“La demondialisation”) ecc. Alcuni non sono economisti in senso stretto: i migliori contributi provengono proprio da questi intellettuali a 360°, che si sono occupati di economia da un ampio punto di vista.
FINANZIARIZZAZIONE

La rimozione dei limiti alla circolazione dei capitali, la caduta delle barriere che separavano i vari tipi di attività finanziarie, il via libera alla creazione di nuovi strumenti di investimento, avvenuti negli anni '80 e '90, hanno generato la finanza-casinò o turbo-capitalismo, all'origine della crisi. Il capitalismo finanziario prende il posto di quello industriale; D -> M -> D diventa D -> D: si produce denaro per mezzo di denaro, saltando la fase della produzione. Il sistema finanziario, inteso come banche, fondi di investimento, fondi-pensione, fondi speculativi, assicurazioni ecc. (v. Poteri finanziari), non è più al servizio dell'economia reale, ma diviene autoreferenziale. Ed ha assunto dimensioni abnormi: gli attivi finanziari, se nel 1980 erano pari al Pil mondiale, nel 2007 lo superavano di 4 volte. L'estrema sofisticatezza degli strumenti finanziari, anziché rendere calcolabili i rischi, li ha moltiplicati e resi più pericolosi. Questo sistema funziona tramite scambi effettuati al di fuori della borsa (v. Finanza ombra) e di brevissimo periodo (v. Scambi ad alta frequenza). Proliferano crediti non garantiti (v. Cartolarizzazioni) e derivati (v. Derivati) privi di legami con l'economia reale, i quali si trasformano in titoli tossici che gravano sui bilanci delle banche.
FINANZA OMBRA (over the counter - OTC)

Si tratta dei titoli scambiati non nelle tradizionali borse, dove vige una regolamentazione stringente, bensì "al banco" (o sotto-banco) tra privati, al di fuori di ogni forma di pubblicità e vigilanza di autorità. Un marea di denaro che circola, senza che nessuno possa osservarlo e controllarlo. Ad es. è stato calcolato che, se i derivati quotati (futures e opzioni) valgono 82 trilioni di dollari, quelli OTC ne valgono 700 trilioni.
FLESSIBILITA' DEL LAVORO

Altrimenti detto “precariato”, è il potere dell’impresa di assumere e licenziare lavoratori in qualsiasi momento, imporre orari e condizioni, secondo l’unico principio della massimizzazione del proprio profitto. In assenza di un aumento della sicurezza sociale (cd. flexicurity), ciò per i lavoratori significa perdita di potere contrattuale (e quindi salari più bassi), contributi pensionistici minimi, incertezza esistenziale. In Italia, a partire dagli anni ’90 (pacchetto Treu del 1993, legge Biagi del 2003, ecc.) è stata legalizzata una moltitudine di contratti atipici. L’ “indice di protezione all’impiego” calcolato dall’Ocse, in costante diminuzione nel nostro paese, consente di misurare oggettivamente questi cambiamenti.
Gli economisti giustificano l’eliminazione delle tutele sul lavoro con due argomenti: favorirebbe l’occupazione e la produttività. I dati empirici non confermano nessuna delle due assunzioni, anzi suggeriscono il contrario. In periodi di crisi sembra piuttosto che le aziende approfittino per licenziare i dipendenti privi di tutele, sicché a maggior precariato corrisponde maggiore disoccupazione. Quanto alla produttività (v. Produttività), è proprio il basso costo del lavoro che disincentiva le imprese a modernizzare gli impianti e investire in ricerca e sviluppo, abbassando così la produttività per lavoratore.
Ci si domanda quale siano le ragioni che spingono gli economisti a ignorare l’evidenza. La flessibilità nasconde obiettivi occulti, che non possono essere dichiarati: sia far recuperare competitività alle imprese italiane schiacciando il costo del lavoro, sia deprimere la domanda interna per riequilibrare la bilancia commerciale.
FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE

Nasce dalla conferenza di Bretton Woods, insieme alla Banca mondiale, con lo scopo di promuovere la cooperazione monetaria. A partire dagli anni ’80 muta ruolo, cominciando a intervenire direttamente delle politiche dei paesi in difficoltà a causa del debito estero, condizionando i prestiti ai famigerati programmi di “aggiustamento strutturale” : deregolamentazione, privatizzazioni, tagli delle prestazioni sociali, apertura al commercio e investimenti esteri ecc. (i dieci punti denominati “Washington consensus”).
Misure che hanno danneggiato l’economia e il livello di vita dei paesi emergenti, avvantaggiando piuttosto i creditori occidentali, come denunciato ad es. da J. Stiglitz. Il fatto non stupisce, visto che il potere di voto all’interno del Fmi dipende dalle quote versate: in pratica è controllato dai paesi più ricchi.
GLOBALIZZAZIONE

Al di là delle definizioni sociologiche, la globalizzazione non è altro che la libertà di movimento dei capitali a livello mondiale, la quale provoca una riduzione progressiva del ruolo degli Stati, che perdono il controllo delle proprie economie. E’ stato definito come il sistema che premia il produttore peggiore: vince cioè l’impresa che delocalizza sedi e fasi produttive là dove i diritti dei lavoratori sono più trascurati, le norma ambientali più blande, le tasse più vicine allo zero. Con vantaggi assai incerti sia per i paesi oggetto di delocalizzazione, costretti ad auto-sfruttarsi e dipendere dalle esportazioni, sia per i paesi sviluppati, precipitati nel baratro della deindustrializzazione (v. Deindustrializzazione) e dei bassi salari.
Anche chi riconosce gli aspetti negativi della globalizzazione, la ritiene però un fenomeno inevitabile. Non è così, perché la misura in cui un paese si apre al commercio internazionale e ai capitali esteri non dipende dalla tecnologia, ma da una propria scelta, puramente politica. Altrimenti non si capirebbe perché l’economia mondiale era meno globalizzata ad es. nel 1970 che nel 1870. Il ragionamento degli apologeti solitamente si conclude sostenendo la necessità di una "governance" della globalizzazione; in parole povere un governo mondiale che detti regole per tutti. A prescindere dalla desiderabilità, il problema è che tale istituzione non esiste, non è mai esistita e probabilmente non esisterà mai! Esistono invece gli Stati nazionali, seppur indeboliti, che restano l'unico argine al potere del capitale globale.
HOMO OECONOMICUS

Il protagonista dell'economia neoclassica è definito come “egoista razionale”, una sorta di calcolatrice vivente che massimizza esclusivamente la propria utilità (v. Utilità). Per fortuna non esiste un essere umano siffatto, se non in casi psico-patologici; eppure l'economia lo pone alla base dei propri assiomi. Non si può negare una componente di egoismo, ma è evidente che il comportamento umano è influenzato anche da considerazioni morali e sociali. Ad es. R. Boudon contrapponeva a questo modello l’ “homo sociologicus”, che acquisisce valori e abitudini dall’ambiente in cui vive. Immaginare/costruire un mondo economico popolato da agenti prettamente egoisti pone inoltre dei dilemmi politici: cosa li frenerà dal compiere azioni criminali o al limite della legalità? Quanto all’attributo della razionalità (v. Razionalità), trascura il lato "irrazionale" e istintivo della psiche umana: Freud si rivolta nella tomba.