AGENZIE DI VALUTAZIONE (rating agencies)

L'oligopolio delle tre sorelle, Standard & Poor's Moody's e Fitch, emette giudizi inappellabili sulla  credibilità e solvibilità di imprese e Stati, condizionando gli investimenti e il risparmio, e quindi l'intera economia mondiale. Si tratta di giudici tutt'altro che imparziali, essendo società private, connesse, a livello di proprietà, rapporti d’affari (incarichi per conto di investitori istituzionali) e scambi di personale, con le società oggetto della loro valutazione. E’ evidente il conflitto di interesse, come dimostrano i processi che subiscono ovunque per manipolazione del mercato. Spesso i giudizi sono opinabili, ma si tratta di profezie che si auto-avverano: un declassamento, seppur immotivato, può mandare in fallimento uno Stato, mentre una tripla A, anche se immeritata, fa dilagare titoli spazzatura.

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AIUTI ALLE BANCHE / AGLI STATI

In Europa, se rischi il fallimento, è molto meglio essere una banca che uno Stato: questo dimostra la scandalosa disparità di trattamento delle due categorie di soggetti in seguito alla crisi. Con due operazioni nel 2011 e 2012, dette di "rifinanziamento a lungo termine" (Ltro), la Bce ha fornito denaro alle banche quasi gratis (1% di interesse) e senza condizioni, per oltre € 1000 miliardi, onde scongiurare una crisi di liquidità. Soldi che gli istituti di credito hanno poi usato non per finanziare le imprese, ma per acquistare titoli del debito pubblico ad un interesse cinque volte superiore...
Ben altro trattamento hanno subito gli Stati in difficoltà (Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Italia): sono stati costretti a costituire un fondo comune, di soli € 700 miliardi, con i loro stessi soldi e quindi con la prospettiva di aggravare i bilanci! L'Italia ad es. deve versare l'ingente cifra € 125 miliardi in 5 anni. Al fondo, detto Meccanismo europeo di stabilità (Mes), è possibile accedere solo su richiesta e dopo aver aderito ad un programma economico specifico (che prevedrebbe riforme strutturali, tagli ecc.); e il denaro deve essere restituito con gli interessi. Viste le condizioni capestro, finora il meccanismo non è stato utilizzato.
ALLEGGERIMENTO QUANTITATIVO (quantitative easing - QE)

Strano eufemismo per definire la "creazione dal nulla" di moneta da parte di una Banca centrale. Le dottrine ortodosse vietavano queste operazioni in quanto foriere di inflazione. La Federal Reserve tuttavia, nel tentativo di portare gli Usa fuori dalla crisi, con due interventi ha stampato l'iperbolica cifra di $ 1700 e di $ 600 miliardi, senza che si vedano segnali di inflazione. Con questo denaro fiat, ha comprato titoli di vario genere, spingendo gli investitori a comprare un po' di tutto: il risultato è un'iniezione di liquidità che "droga" i mercati finanziari, ma con pochi effetti per l'economia reale e i cittadini. Lo stesso ha fatto la Banca d'Inghilterra (£ 375 miliardi) e ora il Giappone. La Bce (v.) invece, fedele ai suoi dogmi, è rimasta inerte.
L'alleggerimento quantitativo sta a dimostrare l'immenso potere che avrebbe a disposizione una Banca centrale, una volta libera dai vincoli insensati dell'indipendenza (v. Indipendenza della banca centrale) e dell'obiettivo unico di controllare i prezzi. Qualcuno auspica un "Qe per il popolo", dopo quello per Wall Street. La Banca centrale potrebbe stampare moneta per comprare titoli del debito pubblico, che poi verrebbero semplicemente annullati: se fosse pubblica (v. Proprietà della banca d’Italia) sarebbe una semplice partita di giro. Si tratta di finanziare i deficit pubblici con moneta e non con debito. Lo Stato avrebbe l'enorme vantaggio di ottenere liquidità per finanziare la spesa pubblica, senza affidarsi ai mercati, e quindi risparmiando ingenti somme per gli interessi: l'Italia spende ogni anni sui € 60-90 miliardi di interessi.
AMBIENTE

Le analisi matematiche degli economisti di basano su concetti astratti come produzione, scambio, merci, input ecc.. In esse la natura praticamente non compare, se non come fondo inerte, privo di valore in sé, da cui attingere risorse illimitate. Ma fenomeni quali deforestazione, inquinamento dell'aria, esaurimento idrico, immissione di co2 in atmosfera, accumulo di rifiuti, perdita della biodiversità... dimostrano che uno sviluppo esclusivamente quantitativo (v. Crescita) non è sostenibile. Oggi il pianeta consuma più risorse di quante possiede, e la colpa è del sistema economico.
Georgescu-Roegen aveva tentato di gettare le basi per una scienza dei flussi fisici di risorse, chiamata "bio-economia". Ad es. il 2° principio della termodinamica applicato all'economia implica che, dopo ogni processo produttivo, diminuisce il potenziale d'uso dell'energia e quindi la possibilità di produrre altre merci.
ASPETTATIVE RAZIONALI

R. Lucas sosteneva che tutti gli agenti economici hanno una corretta rappresentazione del funzionamento dell'economia e utilizzano le informazioni disponibili, cosicché sono in grado di anticipare gli effetti futuri di un provvedimento del governo. In pratica, secondo questa fantasiosa ipotesi, la casalinga di Voghera si comporta come il Ministro delle finanze. La teoria, pur priva di legami con il mondo reale, ha riscosso un certo successo, perché costituisce un forte argomento contro l'intervento dello Stato in economia (in quanto i destinatari, appunto, ne scontano gli effetti in anticipo).
ASTRAZIONE

Socrate definiva la saggezza come "sapere di non sapere". Gli economisti invece credono di sapere molto, e mediante formule matematiche costruiscono edifici teorici tanto vasti e complessi, quanto privi di fondamenti empirici e punti di contatto con la realtà. Con la motivazione che altrimenti non otterrebbero dei risultati certi: come l'ubriaco che di notte ha perso le chiavi di casa e le cerca sotto un lampione, perché è l'unico posto dove ci vede.
Questo atteggiamento è da sempre oggetto di umorismo. Circola una barzelletta: un fisico un chimico e un economista naufragano su un isola deserta; da mangiare hanno a disposizione un carico di scatolette di tonno, ma chiuse. Il fisico propone: "facciamole cadere da una rupe", il chimico "fondiamo il metallo con un fuoco"; infine interviene l'economista: "immaginiamo di avere un apriscatole"!
AREE VALUTARIE OTTIMALI

Neppure la dottrina ortodossa giustificava l'introduzione dell'Euro (v. Euro), seppur per le ragioni sbagliate. Secondo la teoria di R. Mundell, un'area valutaria (cioè una moneta unica) è ottimale, quando si verificano le seguenti condizioni: flessibilità (verso il basso) dei prezzi e dei salari, mobilità dei lavoratori, integrazione dei capitali finanziari, tassi di inflazione simili, shock simmetrici. Mancando l'Europa di simili caratteristiche, non è conveniente una moneta unica. Sono evidenti i presupposti neoclassici di questa impostazione.
In realtà quasi nessun paese supererebbe l'esame: neppure gli Stati Uniti, o la Cina, o l'Italia sono un'area valutaria ottimale. La vera condizione per un'unione monetaria è che essa sia preceduta da un'unione politica: lo Stato centrale può, tramite tasse sussidi e spesa pubblica, trasferire risorse dalle aree più ricche, compensando crisi e sottosviluppo altrove.
AUSTERITA'

L'abc dell'economia keynesiana prevede che lo Stato agisca in maniera anti-ciclica, cioè riequilibrando i cicli economici: in periodi di recessione deve spendere di più, per stimolare la produzione, e spendere di meno nei periodi di crescita, per frenare l'inflazione. La Germania però ignora Keynes (che pure aveva difeso gli interessi tedeschi dopo la prima guerra mondiale), e ha imposto all'Europa una ricetta suicida a base di austerità e pareggio di bilancio (v. Pareggio di bilancio), il che si traduce in più tasse e tagli alla spesa pubblica (v. Spesa pubblica). Il risultato, come era prevedibile, è da una parte un aggravamento della recessione, in quanto simili misure abbattono la domanda interna e il Pil; dall’altra un peggioramento persino del debito pubblico, sia per il calo del gettito fiscale sia perché è calcolato in rapporto al Pil.
BANCA CENTRALE EUROPEA

La Bce è stata costruita sul modello infelice della Bundesbank tedesca: l'art. 127 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea stabilisce che il suo obiettivo principale è il mantenimento della stabilità dei prezzi. Una missione assai limitata, soprattutto nei periodi di recessione, quando l'inflazione è l'ultimo dei problemi. Al contrario lo statuto della Federal Reserve prevede l'obiettivo anche di promuovere la massima occupazione.
La Bce è stata definita l'unica banca centrale al mondo che non fa il suo mestiere, cioè non svolge le funzioni per cui queste istituzioni sono sorte. A differenza delle banche centrali di Usa, Gran Bretagna, Giappone ecc., non funge da prestatore di ultima istanza agli Stati: l'art. 123 del Trattato sul funzionamento Ue vieta l'acquisto diretto di titoli del debito pubblico. Né stampa moneta nei momenti di necessità (v. Alleggerimento quantitativo). La sua assoluta indipendenza (v. Indipendenza della banca centrale) la rende impermeabile alle legittime richieste dei poteri democratici: "non possono sollecitare o accettare istruzioni dagli organi o dagli organismi dell'Unione, dai governi degli Stati membri né da qualsiasi altro organismo" (art. 130 del Trattato). Il rapporto è anzi ribaltato, nel senso che è la Bce a dare consigli non richiesti (es. la famosa lettera di Trichet al governo italiano), raccomandando riforme strutturali (v. Riforme) dal carattere politico e per nulla tecnico.
BANCA PUBBLICA

In Italia, se agli inizi degli anni '90 la maggior parte delle banche erano di proprietà o con forte partecipazione pubblica (Sanpaolo, Mps, Bnl, Banco di Napoli, Banco di Sicilia ecc.), alla fine del decennio non esiste più nessun istituto di credito pubblico. Alcune sono controllate dalle Fondazioni, ma operano a tutti gli effetti come banche private. Poi seguì il periodo delle fusioni (Unicredit, Intesi, Ubi ecc.), che creò un oligopolio. Tutto ciò è avvenuto su consiglio degli economisti e con l'approvazione generale, senza che alcuno mettesse in dubbio l'opportunità delle operazioni. Nemmeno nel caso del crac di Monte Paschi l'Italia ha mai valutato l'ipotesi di nazionalizzazione, nonostante simile ovvia soluzione sia stata adottata in molti altri paesi.
Ma, se il credito è un bene pubblico, un paese non può fare a meno di una grande banca pubblica. La Germania ad es. non ha mai smesso di giovarsi della KfW. Le banche private ragionano in base ai profitti di breve termine, intesi perdipiù come valore delle azioni in borsa. Una banca pubblica è necessaria per finanziare progetti a lungo termine, in grado di far crescere economicamente il paese. Inoltre avrebbe in vantaggio di non agire in modo pro-ciclico, restringendo il credito a imprese e famiglie proprio quando ne hanno più bisogno.
BASSI TASSI DI INTERESSE

Una volta negata l'efficacia delle politiche fiscali e e monetarie, la dottrina ortodossa lasciava alla Banca centrale un'unica funzione: controllare il tasso di interesse, per contrastare inflazione e deflazione. Uno strumento debole, che non è servito durante la crisi: abbassare i tassi di interesse fino quasi a zero non è bastato a Fed e Bce per far ripartire la crescita. Già Keynes aveva capito che simile misura è inefficace nei casi di "trappola della liquidità", cioè quando a causa della recessione le banche non vogliono concedere prestiti né le imprese fare investimenti. Puoi portare i cavalli al fiume, ma non costringerli a bere. Ben altra efficacia, nel creare occupazione e stimolare la produzione, avrebbe la spesa pubblica, che però è impedita dai vincoli di bilancio (v. Pareggio di bilancio)
CAMBIO FISSO

Il cambio fisso ha il discutibile vantaggio di favorire il commercio internazionale e lo svantaggio di impedire gli aggiustamenti automatici. Da questo punto di vista l'euro (v. Euro) è equivalente alla vecchia parità aurea (gold standard), abolita nel 1971.
Un cambio flessibile (come la lira dopo lo Sme) permette infatti di compensare le fluttuazioni della domanda: ad es. se un paese importa più di quanto esporta, la sua moneta si svaluta, consentendo un riequilibrio della bilancia commerciale. Se ciò non avviene, l'unica alternativa per restare competitivi è diminuire i prezzi delle merci; risultato che tipicamente si realizza riducendo il costo del lavoro e aumentando la produttività, ossia diminuendo i salari reali e precarizzando i contratti. Un ulteriore beneficio della svalutazione è che anche il debito pubblico si svaluta per i detentori esteri, diventando più sostenibile.
CAPITALISMO

E' caratterizzato dalla proprietà privata dei mezzi di produzione e dal mercato come metodo di distribuzione. Gli economisti lo considerano un sistema naturale e ovvio, benché sia un fenomeno storicamente recente (nato nel '700 in Europa) e unico . Sono esistiti altri modi di produzione e in futuro ne esisteranno altri.
Il difetto del capitalismo è che realizza un'inversione tra mezzi e fini. Il fine che si propongono i produttori è la valorizzazione del capitale: cosa, come e per chi produrre è deciso in base al profitto; il soddisfacimento dei bisogni sociali è solo un effetto indiretto ed eventuale, tramite la mano invisibile (v. Mano invisibile). Questo genera una situazione paradossale: da una parte imprese che inventano espedienti creativi per convincere consumatori compulsivi a comprare merci di cui non hanno bisogno, dall'altra milioni di persone che non dispongono dei beni e servizi necessari per una vita dignitosa.
CARTOLARIZZAZIONI

Un tempo le banche conservavano i crediti con i propri debitori; ora trovano più conveniente distribuirli, vendendoli a società-veicolo, le quali emettono titoli che poi vengono venduti sul mercato. Spesso di tratta di pacchetti costituiti da centinai di crediti, come i Cdo (collateralized debt obligation). Le banche possono così concedere altri prestiti, perché quelli cartolarizzati escono dal bilancio.
Il problema è che gli istituti perdono interesse a sorvegliare la solvibilità dei debitori, in quanto il rischio è spostato altrove; e il rischio stesso è difficilmente valutabile, vista la complessità dei titoli. I famosi mutui sub-prime, all'origine della crisi americana, erano appunto prestiti concessi a condizioni favorevoli a soggetti di incerta solvibilità.
CICLO ECONOMICO REALE (real business cycle)

Tra le teorie bizzarre partorite dai liberisti, c'è quella secondo cui i cicli economici (espansioni e recessioni) non sono deviazioni temporanee da un livello base di produzione, dovute a fluttuazioni monetarie o altro, ma riflettono cambiamenti reali nel livello di produzione. Poiché la produzione dipende soprattutto dalla tecnologia , questa scuola di pensiero interpreta le crisi come periodi di regresso tecnologico: un fenomeno storico che non verifica dalla caduta dell'Impero romano! Salvo pensare che a variare siano le preferenze: la grande Depressione si potrebbe allora spiegare come un cambiamento delle preferenze dei lavoratori, che decidono di prendersi una vacanza, o dei consumatori, improvvisamente attratti dalla parsimonia...
CLASSI SOCIALI

Gli economisti costruiscono modelli basati su un unico “agente rappresentativo”, con il pretesto che nel totale le differenze si compensano. Ma le classi sociali continuano a esistere. Semplificando, è ancora valida la dicotomia di Marx: c'è una maggioranza che trae il proprio reddito dal lavoro che compie quotidianamente, e una minoranza che lo trae dal denaro che possiede e investe; lavoratori da una parte e capitalisti dall'altra. La distinzione, insomma, è tra chi è proprietario di un'automobile e chi di una fabbrica di automobili, tra chi possiede un televisore e chi una rete televisiva. Ora il capitale non è più rappresentato da padroni in carne o ossa (ops, volevo dire "datori di lavoro"), ma da anonime società per azioni multinazionali.
L'ideologia ufficiale prevede invece che le due classi abbiano un unico interesse, e che di conseguenza per aiutare i lavoratori occorre aiutare le imprese (politiche dal lato dell'offerta). In realtà, solo alcuni obiettivi generici sono comuni (es. che l'azienda non fallisca); per il resto l'imprenditore cercherà di sfruttare al massimo le "risorse umane", al pari delle altre risorse, facendo lavorare i dipendenti il più possibile e pagandoli il meno possibile; non perché sia necessariamente cattivo, ma perché costretto dal mercato. I lavoratori, naturalmente, hanno l'interesse opposto.
COMMERCIO INTERNAZIONALE

Il dogma del libero scambio stabilisce che il commercio internazionale debba essere promosso sempre e comunque, eliminando dazi e barriere, in quanto va a vantaggio di tutti i paesi coinvolti. D. Ricardo ne diede la giustificazione con la “teoria dei costi comparati”: a ogni nazione conviene specializzarsi nella produzione dei beni in cui ha un vantaggio, anche solo relativo, nei costi di produzione. In verità, come dice ad es. P. Krugman, tale vantaggio spesso non dipende dai fattori produttivi o dalla tecnologia, ma dalle economie di scala: vince non chi è più efficiente, ma chi è più grosso; sicché il commercio internazionale favorisce l’oligopolio. La teoria inoltre presuppone che ci sia sempre un settore in cui il paese abbia costi inferiori, ignorando i casi in cui tale settore non c'è (ancora) o è economicamente irrilevante (es. agricoltura).
Il protezionismo (v. Protezionismo) ha numerose giustificazioni: 1) proteggere le industrie nascenti, 2) salvaguardare i settori militari e strategici dalle influenze straniere, 3) diversificare la produzione e quindi il rischio legato all'andamento dei mercati internazionali, 4) proteggersi contro forme di concorrenza sleale (dumping) di tipo sociale o ambientale, 5) prevenire squilibri permanenti nella bilancia dei pagamenti, e 6) nei periodi di recessione stimolare l'economia interna creando posti di lavoro. Un moderno sostenitore del protezionismo era M. Allais, premio Nobel nel 1988, il quale criticava la liberalizzazione dei commerci tra insiemi economici e sociali non omogenei, sostenendo la necessità di uno sviluppo auto-centrato.
COMPETITIVITA'

La guerra di tutti contro tutti che caratterizza la società di mercato genera un'etica della competizione. Non è difficile criticare questo pseudo-valore; ad es. Kropotkin contrapponeva al darwinismo sociale il mutuo appoggio, cioè la cooperazione sociale, che pure si riscontra nel mondo naturale.
In assenza di regole severe e universalmente valide, il meccanismo della concorrenza è perverso, perché uniforma verso il basso e favorisce il peggiore; costringe tutti a lavorare al salario inferiore, per il tempo più lungo e all'intensità più elevata. La globalizzazione ha esteso questo sistema a livello planetario. A chi giova? Ai proprietari delle imprese, soprattutto. Come nell'antica arena, i gladiatori combattono tra loro e l'imperatore si gode lo spettacolo.
Se nascesse un nuovo Kant a scrivere “Per la pace perpetua”, dovrebbe dedicare il progetto ai conflitti economici, che hanno preso il posto di quelli militari (almeno tra i paesi avanzati).
CONCORRENZA PERFETTA

Gli economisti sono soliti costruire complessi modelli matematici basati su ipotesi irrealistiche e semplicistiche, come prezzi flessibili (v. Prezzi flessibili), informazione completa... e appunto concorrenza perfetta. Si tratta di un mercato in cui operano numerose piccole imprese, che offrono un prodotto standardizzato, subiscono i prezzi correnti (price taker), e in cui nuovi soggetti possono facilmente entrare. I mercati reali si configurano piuttosto come oligopoli, soprattutto dopo decenni fusioni e concentrazione di capitali (pensiamo ai settori finanziario, automobilistico, agroalimentare ecc.);  dominano poche imprese che controllano i prezzi (price maker), protette da barriere all'ingresso di nuovi concorrenti.
Si potrebbe pensare che, se la concorrenza perfetta non esiste, conviene almeno avvicinarsi all’ideale. Ma il teorema di Lipsey-Lancaster (detto del second best) lo esclude: l’ottimo paretiano è garantito solo se tutte le condizioni della concorrenza perfetta sono presenti (assenza di monopoli, esternalità, asimmetrie informative ecc.); se anche una sola di esse manca (cioè sempre), le altre non sono più desiderabili, non migliorano l’allocazione delle risorse.
CONFLITTO SOCIALE

Scomparse le classi sociali dall'analisi degli economisti (v. Classi sociali), ignorato il conflitto nella distribuzione (v. Remunerazione dei fattori produttivi) del prodotto, la lotta di classe scompare come concetto nei testi di economia. Ma nella realtà continua a esistere, solo che ora a portarla avanti sono soprattutto i capitalisti. Come dichiarò il miliardario W. Buffett, scandalizzato perché pagava meno tasse della sua segretaria: "c'è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e la stiamo vincendo".
CONSUMATORI

Un trucco per far scomparire le classi sociali è ricomprendere tutti i soggetti economici nella categoria dei consumatori. Poiché tutti sono consumatori, hanno gli stessi interessi; senza distinguere tra chi lavora molto e consuma poco e chi lavora poco e consuma molto. Il grande sviluppo dei diritti dei consumatori è ambiguo, sia perché non distingue tra acquisti di necessità (es. pane) e di lusso (es. diamanti); sia perché gli interessi dei consumatori (ottenere prodotti al prezzo più basso possibile) sono spesso contrastanti con quelli dai lavoratori, anche se in realtà si tratta delle  stesse persone; sia perché, man mano che la società di mercato si espande, questi diritti sono ottenuti in sostituzione di quelli politici e sociali.
Simmetrica è la categoria dei risparmiatori: il proposito di difendere gli interessi dei "risparmiatori" è una mistificazione, quando non distingue tra il pensionato che ha accumulato una sommetta nel corso di una vita e il colosso finanziario che con le sue speculazioni influenza l'economia mondiale.
CORRISPONDENZA RISPARMIO/INVESTIMENTO

Per la teoria neoclassica esiste un meccanismo automatico, dipendente dal tasso di interesse, che assicura sempre la corrispondenza tra risparmio e investimento. In realtà, come insegnava Keynes, le decisioni su investimento e risparmio/consumo seguono logiche diverse: le prime dipendono (oltre che dal costo del denaro) dalle aspettative di profitto degli imprenditori, le seconde principalmente dal reddito. Inoltre le imprese non si finanziano solo con i risparmi delle famiglie, ma anche con la moneta creata dalle banche mediante i prestiti. Non vi è perciò alcuna garanzia che l'ammontare degli investimenti sia adeguato per il sistema economico.
COSTITUZIONE

La Costituzione italiana delinea un modello economico molto diverso da quello dei Trattati europei (v. Unione europea), tanto da far dubitare della compatibilità. Si tratta di un sistema misto pubblico e privato, fortemente regolamentato; termini come “mercato”, “concorrenza”, “libertà di movimento dei capitali” ecc. non compaiono nemmeno.
Leggiamo alcuni articoli del titolo III. Art. 41: "L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.". Art. 42: "La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati. La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d'interesse generale. La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.".
CRESCITA

Solo un economista può pensare che, in un mondo finito, si possa e debba perseguire una crescita infinita del Pil (v. Pil). Il termine (insieme a “sviluppo”) viene ripetuto ossessivamente come un mantra, quale obiettivo di tutte le azioni economiche.
Ma le risorse naturali (materie prime, terre coltivabili, acqua, risorse ittiche, capacità di assorbimento dei rifiuti ecc.) sono limitate e soggette a esaurimento. Ad es. è inevitabile che il petrolio, su cui si basano molte delle attuali tecnologie, prima o poi finisca. Il modello occidentale di consumismo è insostenibile e per necessità riservato a pochi: se tutti gli abitanti del mondo avessero uno stile vita simile all'Americano medio, non basterebbero diversi pianeti come la Terra. Un discorso analogo vale per la crescita demografica, ugualmente caldeggiata dagli economisti perché fa crescere il Pil.
Primo a mettere in discussione questo dogma irrazionale fu il rapporto sui "Limiti dello sviluppo" del 1972. Successivamente S. Latouche ha coniato l'espressione "decrescita", per indicare un cambio di paradigma: la diminuzione delle merci inutili accompagnata dall'aumento dei beni non mercificati. Ciò non ha nulla a che vedere con l'attuale recessione, che rappresenta un sacrificio dei bisogni della maggioranza, a vantaggio dei poteri finanziari.
CURVA DI LAFFER

A. Laffer nel 1974 scarabocchiò su un tovagliolo un grafico che avrebbe riscosso successo tra gli economisti. Raffigura una curva che correla imposizione e gettito fiscale: se a 0% e 100% di imposizione il gettito è nullo, deve esistere un punto tra questi estremi in cui sia massimo. L'idea in sé è ovvia e banale, ma Laffer sosteneva che gli Usa in quel periodo si trovavano in un punto discendente della curva, per cui ogni ulteriore aumento della tassazione avrebbe danneggiato l'economia, tanto da ridurre reddito complessivo ed entrate. L'ipotesi era forzata e priva di riscontri  empirici, ma lo rese famoso. Il presidente Reagan mise in atto queste indicazioni, tagliando le imposte: il risultato, contrariamente alle previsioni, fu una diminuzione delle entrate e quindi un deficit di bilancio.