AL BANDO L'INSIPIDO:
            LA SCATOLA DI VETRO APPARTIENE AL SECOLO SCORSO
                                                              
         

di E. Felten (2009)                                                           The Wall Street Journal



Questa settimana abbiamo visto una costruzione del noto architetto modernista Ludwig Mies van der Rohe soccombere alla palla demolitrice, per far spazio ad una stazione di interscambio ferroviario nell’Istituto di Tecnologia dell’Illinois. Alcuni blogghisti in agitazione hanno protestato, ma i “preservazionisti” hanno fatto uno sbadiglio. Forse è perché l’edificio era un tozzo capannone in mattoni privo di interesse o importanza. O forse perché lo stile di Mies al momento non sembra in pericolo.

Stiamo assistendo ad una rinascita del modernismo di metà del secolo, dalla moda di “Mad Men” a certi interni che esibiscono divani Le Corbusier. Ma gli scatoloni di vetro e acciaio, marchio di fabbrica dell’architettura moderna, non hanno bisogno di ritornare: non se ne sono mai andati. Le città continuano a tirarseli a sorte con tutta la loro austerità spoglia e anonima.

Gli architetti ci daranno mai qualcosa di nuovo? Certo abbiamo alcune selvagge manifestazioni edilizie, come le forme a carta spiegazzata di Frank Gehry o i poliedri squilibrati di Rem Koolhaas. Ma, anche quando gli architetti odierni evitano la vecchia scatola-su-palafitte dello Stile internazionale, ubbidiscono all’unica legge non scritta dell’architettura moderna: Non Ornare.

Le lucide superfici di vetro, metallo, cemento o pietra possono essere spezzate dalla geometria delle strutture - lo stesso Mies era solito saldare travi d’acciaio all’esterno delle sue costruzioni per delineare l’assetto sottostante. Ma non c’è spazio nello Stile internazionale, o negli stili-fotocopia con esso imparentati, per le decorazioni integrate nell’edificio che, per innumerevoli anni e da innumerevoli culture, ne erano ritenute parte essenziale. Niente festoni di pietra intagliata o fioriti lavori in ferro; né modanature elaborate o riccioli non pertinenti; né motivi in bassorilievo o volute; né antemio né acanto. Chi compra casa può cercare il “dettaglio del periodo” che rende la dimora piacevole all’occhio dello spirito - è una caratteristica fondamentale nella quotazione degli immobili - ma i ragazzi del vetro-e-acciaio, che dominano il modello urbano, restano devoti al dogma che denuncia simili cose come corrotte e impure.

E’ naturale che gli stili mutino da un estremo all’altro, e dopo il rigoglio di scadenti costruzioni in stile eclettico-vittoriano, non possiamo rimproverare nessuno per aver preferito linee dritte e pulite. Edith Warton, romanziere e arbitro del gusto, invocava l’eliminazione delle chincaglierie architettoniche in base al principio per cui “una modesta misura di ornamento, ben applicata, produce molto più effetto che una quantità dieci volte superiore usata nel modo sbagliato”. L’inventore del grattacielo, Louis Sullivan, suggeriva nel 1892 di prendere una pausa dall’ornamento, al fine di ricordare come si costruiscono “edifici avvenenti e ben formati nella loro nudità”. Ma Sullivan non voleva eliminare completamente l’ornamento; voleva soltanto tenerlo sotto controllo, e lo ha mostrato con la decorazione a foglie ferree che circonda i primi piani dei magazzini Carson Pirie Scott a Chigago. Al contrario, i modernisti radicali vogliono ripulire completamente le strutture dall’ornamento, come un architetto del paesaggio che doma un giardino selvaggio e ipertrofico, lastricandolo.

E oggigiorno siamo ancora a quel punto. I postmoderni hanno tentato di reintrodurre una sorta di ornamento - nel caso dell’ At&t Building di Philip Jonhson, apponendo un tetto tipo cassettone Chippendale su un grattacielo di Manhattan. Ma erano gesti esitanti e ironici , troppo deboli per rimuovere l’estetica anti-decorativa. E’ arduo far tornare indietro il pendolo quando è incastrato sotto un bel po’ di cemento grezzo.

Si può dire ciò che si vuole sui modernisti, ma hanno una lunga storia. L’estetica purista risale invero a “Ornamento e crimine”, un saggio del 1908 dell’architetto austriaco Adolf Loos, che denunciava la decorazione come un costume sgradevole tipico dei selvaggi e dei cannibali, i quali “si dipingono tatuaggi, decorano le proprie barche, i remi e tutto ciò su cui mettono le mani”.  Un “uomo moderno che si tatua o è un criminale o è un degenerato” proclama Loos, e poi applica il giudizio alla pelle degli edifici: “l’evoluzione della cultura procede con l’eliminazione dell’ornamento dagli oggetti utili”. Grazie a questa estetica da asceti, abbiamo visto per decenni edifici impoveriti e secchi.
Solo pochi campioni solitari combattono per ripristinare l’ornamento: tra questi Kent Bloomer, professore di architettura a Yale e decoratore nel suo studio di disegno. Egli sostiene che l’ossessione di spogliare gli edifici, fino ai loro elementi essenziali e funzionali, ignora il fatto che l’ornamento stesso è funzionale: esso “fornisce informazione ed esperienza”, e quella bellezza che resta impressa nella memoria e nelle emozioni. Lamenta che un’architettura nell’interesse degli architetti non lascia molto spazio per considerare come le persone interagiscono veramente con le strutture che abitano o vicino a cui passeggiano.
Steven Semes è direttore accademico del Programma di studi romani all’Università di Notre Dame, dove insegna il linguaggio classico dell’architettura. C’è un problema testa-cuore nel disegno moderno, dice. “Col cuore, la maggior parte degli architetti amano gli edifici antichi per le stesse ragioni di ogni altra persona - sono accoglienti e possiedono decorazioni che ricompensano l’attenzione. “Ma la loro testa è piena di “tutti gli insegnamenti ricevuti alla facoltà di architettura secondo cui simili cose sono cattive”. Chi immaginava che fossero i modernisti a essere repressi?
Brent Brolin, autore di “Ornamento architettonico: bando e ritorno”, sostiene che l’abbandono dell’ornamento in architettura ha dei paralleli: “nella poesia ci siamo liberati della rima, nel romanzo ci siamo liberati della trama, in pittura e scultura della rappresentazione figurativa”. In ogni caso, dice, si insisteva che l’artista deve scartare il passato per essere interamente originale. La grande ironia è che, nel loro fiero impegno verso l’originalità, gli architetti moderni continuano a imitare in infinite copie il classico modello modernista, come il Glaspaleis costruito in Olanda a metà degli anni 30, o il progetto del 1921 di Mies per un grattacielo di vetro a Berlino nella Friedrichstrasse. E’ un genere buffo di modernismo, che si è fermato ad uno stile vecchio di oltre tre quarti di secolo.




                                                                                                                          originale in inglese

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