I 13 DOGMI DELL'ARCHITETTURA MODERNISTA





E' innegabile che molte persone provino sentimenti spontanei di disagio legati all’abitare e vivere gli spazi urbani. In parte ciò dipende dai modelli di urbanistica (su cui andrebbe svolto un discorso a parte), ma in parte dipende anche dall’architettura degli edifici, i quali perlopiù vengono percepiti come brutti, tristi, inospitali, monotoni, a volte inquietanti e disumani. Chiunque, a livello estetico, preferisce i centri storici delle città rispetto alle periferie moderne. Tale esito non è frutto del caso, ma dell’applicazione universale e costante dei 13 dogmi del modernismo; termine con il quale intendo riferirmi al. cd. Stile internazionale, o razionalismo.

Esso rappresenta un linguaggio completamente diverso da tutto quanto vi è stato in precedenza: romanico, bizantino, gotico, rinascimentale, barocco, neoclassico, eclettico ecc., pur nelle enormi differenze, sono più simili tra loro di quanto siano assimilabili al modernismo.
Questo stile, ponendosi in netta rottura con il passato, ha inteso infatti fare tabula rasa di tutte le esperienze precedenti. Anche in altri ambiti artistici (pittura, poesia, musica ecc.) sono nate avanguardie: questo è però l’unico caso di avanguardia che ha annichilito ogni altra corrente, presenti e passate.
Salingaros l’ha definita una “utopia totalitaria”, perché non accetta dialogo né opposizione, si autoconcepisce come modello unico e valido per sempre.

Nato negli anni Venti del secolo scorso, il modernismo si è imposto nel secondo dopoguerra come l’unica architettura possibile. Nato in Europa, sbarca negli Usa, e da lì si propaga a tutto in pianeta. Alcuni architetti famosi hanno dettato il paradigma, e migliaia di anonimi ingegneri e geometri lo hanno copiato all’infinito, affastellando scatole di vetro e casermoni di cemento in quei non-luoghi che sono le nostre periferie.
I critici d’arte del futuro, quando tra qualche secolo giudicheranno la nostra epoca, non credo saranno teneri con i modernisti.



0) NUOVISMO: il modernismo ha decretato il bando di tutti gli stili e ordini tradizionali. Si teorizza un’architettura priva di legami con la storia, compiendo un vero e proprio parricidio. Con furore iconoclasta, Gropius amava ripetere che occorre “ripartire da zero”. Sant’Elia giustificava questa cesura con l’antitesi, nei modi di vita, tra il mondo moderno e quello antico. Il critico Zevi ha esaltato tale "atto eversivo di azzeramento culturale", e ancor oggi ogni architetto lo sente quasi come un dovere morale

1) DIS-ADORNITA’:  ogni genere di decorazione (modanature, fregi, affreschi ecc.) è tabù. Le superfici devono essere lisce ed uniformi, vuote e quindi “mute” di contenuti. Il che conferisce ai palazzi modernisti il noto aspetto minimalista ed ascetico, come corpi privi di pelle. Loos, in “Ornamento e delitto” del 1908, giudicava la decorazione un costume tipico dei selvaggi. Mies aveva coniato lo il motto “il meno è più”

2) GEOMETRISMO: i modernisti amano lavorare con linee rette, angoli di 90 gradi, spigoli aguzzi, volumi puri e forme astratte, accostate in modo semplicistico. Forme innaturali, fredde, “metafisiche”, a volte opprimenti. Prediletto resta il rettangolo: a volte non vi è una sola linea curva in tutto l'edificio

3) FUNZIONALISMO: l’estetica (la venustas di Vitruvio) è sostituita dalla funzionalità (utilitas) e si identifica con essa. “La forma segue la funzione”. Si tratta, in verità, di un funzionalità presunta, perché è assai dubbio che le vetrate a nastro siano efficienti nei climi caldi, o che i tetti piatti siano efficienti nei paesi nevosi

4) DE-TERRITORIALIZZAZIONE: l’edificio è pensato come oggetto isolato, indifferente alle preesistenze architettoniche, al contesto ambientale, alle condizioni climatiche. Si prescinde dalle culture locali, salvo che superficialmente

5) AUTO-REFERENZIALITA’: la classe degli architetti si pone in una posizione di superiorità rispetto alla clientela e al pubblico in generale, ritenendosi l’unica detentrice di gusto e competenza. Un atteggiamento che può manifestarsi in due modi: o come elitismo, cioè osservanza dei precetti di una scuola; o come egocentrismo, ossia ricerca a tutti i costi dell’opera originale, stupefacente e bizzarra (le attuali “archistar”, le cui opere assomigliano  a installazioni artistiche più che a costruzioni).
In ogni caso si ignorano i desideri e i bisogni della collettività. I progetti vengono portati avanti senza che gli utenti partecipino alle scelte, che restano affidate alla creatività individuale degli architetti

6) SERIALITA’: il modello unico, replicato ovunque, genera forme omologate e impersonali. Mentre le città storiche hanno caratteristiche uniche e  immediatamente riconoscibili, le metropoli moderne costituiscono luoghi anonimi e interscambiabili . Lo stesso scorcio di grattacieli potrebbe appartenere a Chicago, Toronto, Francoforte, Shanghai ecc.

7) NUOVI MATERIALI: i materiali industriali (vetro, acciaio, cemento, spesso a vista) prendono il posto dei materiali naturali e locali (legno, pietra, mattoni, ferro battuto). L’edificio modernista assume un aspetto artificiale e meccanico

8) A-SIMMETRIA: viene meno la modularità e proporzione tra le singole parti dell’edificio, e tra queste e l’intero. La facciata e la pianta dell’edificio sono libere, come prevedono due dei cinque principi di Le Corbusier. I decostruttivisti addirittura esaltano l’instabilità e il disordine.

9) IR-RICONOSCIBILITA’: scompare il legame tra la fisionomia della costruzione e la sua destinazione. Visto dall’esterno, uno stesso edificio modernista potrebbe essere un museo, un magazzino, una chiesa, un palazzo per uffici, una scuola ecc.

10) TECNO-FILIA: i modernisti adorano le forme futuristiche e aliene, identificando ingenuamente progresso umano e tecnologia. Per Le Corbusier la casa è solo “una macchina da abitare” (laddove tradizionalmente il paragone era piuttosto con un organismo vivente), e i montacarichi per il grano sono più belli delle cattedrali gotiche

11) INTERNALISMO: nella progettazione l’interno prevale sull’esterno, la pianta procede da dentro a fuori. E’ un presupposto anti-sociale, nel senso che si interessa solo a quelli che abitano l’edificio, ignorando la comunità che vi interagisce dall'esterno

12) PROSAICITA’: è il rifiuto a priori di ogni carattere solenne, romantico o sacro. Il “tono” della costruzione ha solo due alterative: sobrio e serio, oppure giocoso e sorprendente (le citazioni di stili tradizionali sono consentite solo se, appunto, ironiche). Un’architettura che non suscita nulla, o fa sorridere, ma rinuncia a emozionare

13) MONOCROMIA: pochi colori, solitamente non vivaci: bianco, grigio e nero



De Stijl, il Bauhaus (Gropius, Mies van der Rohe), Le Corbusier, il razionalismo italiano (Terragni, Libera), Neutra, Aalto, Kahn, Niemayer, Barragan, Stirling, Meier, Ando, Botta, il brutalismo, il post-moderno, l’hi-tech (Rogers, Foster, Piano), il decostruttivismo (Hadid, Gehri, Libeskind)...: tutte le varianti del modernismo, pur nelle apparenti differenze, sono fedeli ai 13 dogmi.
Alcuni architetti hanno interpretato questi precetti in maniera più flessibile (come Wright o gli espressionisti), gli altri li hanno applicati con fanatica rigidità. Alcuni magari violano un dogma, a patto però di accentuare gli altri (come i decostruttivisti).

Va notato come questi dogmi si implicano logicamente tra loro, sono come postulati indimostrabili che però “si tengono” l’un l’altro. Il risultato è un’architettura  che Salingaros definisce “nichilista”, poiché simboleggia una negazione sia della storia che della geografia, sia della natura che della società umana.

Le intenzioni dei fondatori, occorre ammetterlo, erano buone, avendo istituito un legame tra riforma architettonica e sociale; ma i risultati sono stati disastrosi. Criticare il modernismo, sia ben  chiaro, non implica essere dei conservatori dal punto di vista politico. Anzi, è ironico che uno stile inizialmente pensato come anti-borghese e adatto ad alloggi operai, ora venga utilizzato per i grattacieli di banche e multinazionali, simboli della globalizzazione.

Nel valutare un architetto, va tenuta presente la regola d’oro, la stessa che vale per i politici : “guarda ciò che fa, non ciò che dice”. I fondatori del modernismo avevano proclamato la propria visione in modo chiaro e netto, pensiamo al Manifesto dell’architettura futurista di Sant’Elia o a Verso un’architettura di Le Corbusier.
Ora invece i saggi di architettura sono scritti in un linguaggio fumoso, esoterico e pseudo-filosofico. Spesso, a parole, affermano di voler realizzare opere rispettose del contesto, che dialogano con le preesistenze… qualcuno addirittura dichiara di volersi emancipare dal modernismo: il progetto tuttavia, una volta completato, si rivela inevitabilmente conforme ai 13 dogmi.
E’ anche un questione di capacità: dopo quasi un secolo di monopolio modernista, la maggior parte degli architetti semplicemente non sa fare altro, si sono perse le competenze e le tecniche per progettare diversamente

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