casa


                                  Campagna "LIBERIAMO I CANI DOMESTICI"

                    L'ultima frontiera dell'animalismo: il rifiuto dell'addomesticamento in sè
                   L'evidenza del buon senso: l'incompatibilità tra cane e ambiente urbano





Introduzione: la più subdola forma di violenza contro gli animali

Tutti siamo pronti a scandalizzarci e protestare quando gli animali vengono fatti oggetto di divertimenti crudeli (come la corrida, la caccia o i combattimenti tra galli), di sfruttamento economico senza scrupoli (come l’allevamento dei polli in batteria, la vivisezione o la macellazione islamica), o anche di addomesticamento crudele (come il rinchiudere gli uccelli in gabbia, allestire zoo o abbandonare i cani). Indubbiamente si tratta di fenomeni esecrabili che una società che si dice civile non può tollerare. Non ho mai invece sentito nessuno contestare l’addomesticamento in sè degli animali per fini di compagnia, indipendentemente da pratiche particolarmente sadiche che l’accompagnino.
La nostra associazione vuole colmare proprio questa falla. La nostra tesi in sostanza è che gli animali debbono poter vivere nel loro ambiente naturale e in accordo alla loro natura “selvaggia”, e non essere portati nell’ambiente artificiale dell’uomo come sua compagnia, dove sono costretti ad adeguarsi alle abitudini umane. Il fatto che l’uomo stia interamente urbanizzando e cementificando il pianeta, e che a causa dell’avanzamento della “civiltà” le campagne e gli ambienti naturali stiano ormai lentamente scomparendo (soprattutto in Occidente), non costituisce una scusa per costringere anche gli animali a vivere nelle città umane (ammesso che la città sia l’ambiente più adatto per l’uomo). Inoltre noi vogliamo che gli animali siano restituiti alla loro libertà, ossia non abbiano più un padrone, come fossero degli schiavi.  Nella nostra tesi non facciamo alcuna distinzione tra animali presunti domestici e animali selvatici, anche se per questi ultimi gli argomenti sono ancora più pregnanti. L’ansia di dominio dell’uomo sulla natura (prima ancora di creare gli Ogm o la pecora Dolly) ha prodotto il concetto di “animale domestico”, che è autocontradditorio, perché nessun animale costruisce case di cemento o città per viverci, fa vita sedentaria, mangia cibo già pronto ecc. Del resto l’etimologia dei termini “domestico” e “addomesticare” è la stessa di “dominio” e di “padrone”. L’addomesticamento è comunque una forma di violenza, pur se meno evidente di altre.

Con la presente campagna prendiamo il cane come simbolo di questa forma di oppressione umana, in quanto esso è l’animale da compagnia più diffuso (insieme al gatto) ed è il primo ad essere stato addomesticato dall’uomo; è proprio questa lunga compagnia ad aver prodotto un così gran numero di razze diversissime: l’uomo nei secoli, tramite la riproduzione selettiva, ha selezionato quelle specie aventi le forme fisiche e il carattere per lui più utili o piacevoli. La diversità delle razze non deriva affatto dall’evoluzione naturale, bensì dall’allevamento: perciò il cane, in un certo senso, è il primo animale geneticamente modificato. Dopo di esso anche gli altri hanno subito la stessa sorte: a conferma di ciò, ricordo che la parola “pet” significa anche “piccolo”, con riferimento alla riduzione della corporatura che si è reso necessaria per rendere più docili gli animali. La nostra lotta, comunque, coinvolge anche tutti gli altri animali da compagnia (criceti, canarini, pesci rossi, tartarughe… fino ai più esotici). Del resto, una volta che si fosse ottenuta la liberazione del cane, che è l’animale da compagnia più “condiviso”, quella degli altri verrà di conseguenza.  Ovviamente i cani a cui ci riferiamo sono quelli che vivono negli appartamenti e nell’ambiente urbano, i quali sono la maggior parte, e non quelli che, vivendo in campagna, hanno a disposizione spazi aperti e un contatto colla natura. Con il progresso, peraltro, tali spazi si vanno riducendo progressivamente, sicché casi del genere diverranno via via più rari, e la nostra critica sempre più motivata.  Sono consapevole di dire cose molto impopolari e contrarie al senso comune: la nostra società considera normale e anzi positivo che chiunque possa comprarsi e possedere un cane da compagnia. Il nostro scopo è appunto mostrare tutta l’irragionevolezza di questo punto di vista e quindi insinuare un dubbio nella pubblica opinione.

Sono due i generi di argomentazioni con cui sosteniamo la nostra tesi: anzitutto riteniamo che l’addomesticamento dei cani sia dannoso ai cani stessi, in secondo luogo che esso costituisca anche un danno per la società nel suo complesso.


Primo argomento: la privazione della dignità del cane

Il primo a subire un pregiudizio dalla pratica dell’addomesticamento è il cane stesso. Da questo punto di vista si può veramente dire che l’uomo è il peggior amico del cane. L’utilizzo del cane come animale da compagnia comporta infatti per esso la negazione di due valori fondamentali: la libertà e la socialità.

Quanto alla libertà (anzitutto di movimento), è evidente come la maggior parte dei cani assomiglino a dei detenuti (innocenti) agli arresti domiciliari. Il cane medio, che per natura è mobile e vagabondo, trascorre gran parte del suo tempo giornaliero, e quindi della sua vita, all’interno di un appartamento (come avviene sempre nei condomini) o al limite dentro un piccolo giardino, con una conoscenza del mondo esterno limitatissima. Spesso, se sta in casa, non gli viene permesso di circolare liberamente, ma viene rinchiuso in una stanza o su un balcone; le prime parole che gli vengono insegnate sono “a cuccia!” e “zitto!”, volendo così trasformare il cane in una specie di soprammobile che, quando non viene usato dal padrone, deve rimanere immobile e in silenzio. Ma anche se sta all’aperto la sua situazione può non essere migliore: può capitargli di restare legato a una catena.
Quando poi, per le sue necessità fisiologiche, viene fatto uscire (secondo tempi imposti dal padrone in base alle proprie esigenze e non a quelle del cane), non lo fa da solo ovviamente, dato che l’ambiente urbano gli è ostile. Lo deve accompagnare il padrone, che spesso lo tiene legato a un guinzaglio di poco più di un metro (il guinzaglio e la museruola ricordano molto i ceppi con cui un tempo si incatenavano gli schiavi). Sarà quindi il padrone a decidere il percorso, la velocità di movimento e le eventuali soste. Poi l’animale, se è fortunato, viene depositato in uno spazio pseudo-naturale, ad esempio un parchetto, lì lasciato per un tempo breve (paragonabile all’ ora d’aria concessa ai detenuti), e infine ricondotto alla sua prigione. Chi di noi vorrebbe vivere in queste condizioni?
Il cane da compagnia è quindi un vero e proprio “prigioniero” del padrone, e la casa assomiglia perciò a un piccolo zoo domestico. Qualcuno magari obbietterà che il cane non è materialmente costretto a stare col padrone e che anzi, se abbandonato altrove, ritornerà a casa spontaneamente. Evidentemente la schiavitù, se protratta per lungo tempo, diventa una condizione normale. Così se si strappasse fin dalla tenera età un “selvaggio” del Borneo dal suo ambiente, e lo si costringesse a vivere per un certo periodo nella nostra società in modo da assimilarne tutte le abitudini, poi certamente non vi vorrebbe più far ritorno. Questo però non mi sembra un argomento forte a favore di pratiche di questo tipo.

Anche la negazione della socialità è facile da mostrare. Il cucciolo di cane viene strappato fin da piccolo all’affetto della propria madre e alla compagnia dei propri fratelli per essere affidato a un padrone umano. Il padrone, per soddisfare il bisogno di “affetto”, impone sé stesso come unica compagnia del cane (o dei cani, se più di uno, ma la sostanza non cambia). Certo lo fa giocare, lo cura ecc., però il rapporto è sempre tra il cane e il padrone. Il padrone (o i padroni), quando lascia il cane, intrattiene rapporti anche con altri uomini; il cane al contrario, nella casa viene lasciato solo, e in questa solitudine passa gran parte della sua esistenza. I rapporti con gli altri cani sono sporadici e in ogni caso il padrone fa ad essi da tramite, interrompendoli quando voglia. La limitazione della socialità riguarda anche la sfera sessuale: l’accoppiamento, per evitare al padrone conseguenze spiacevoli, viene consentito solo in casi rari e controllati, imponendo quindi all’animale un’ astinenza coatta per tutta la vita. E se questo trattamento lo infliggessero a noi? Il risultato di questa chiusura di relazioni, è che il cane, il quale sarebbe naturalmente indipendente, sviluppa una dipendenza patologica dal proprio padrone, che l’uomo scambia per amicizia. E’ chiaro che, negando all’animale ogni prospettiva ulteriore, esso rivolgerà tutta la sua attenzione sull’unico soggetto rimasto; ciò assomiglia un po’ a quella strana sindrome psicologica per cui la persona sequestrata si innamora del sequestratore.

A queste due forme concrete di prevaricazione, se ne aggiunge una più generale che io chiamerei “negazione della sua natura”. Privato del contatto con l’ambiente naturale e con gli altri animali, il cane è fatto vivere in un ambiente artificiale dell’uomo, dove i suoi istinti “ferini” e le sue abilità risultano inutili e anzi dannosi. Qui subisce una sorta di rieducazione coatta, tramite la quale acquisisce quelle abitudini e le manie tipiche della società umana. Di questo processo di artificializzazione sono esempi: l’alimentazione standardizzata e industriale, la somministrazione di farmaci, i frequenti lavaggi, le pettinature, i vestitini, le gare di bellezza… fino all’assurdo di proporre musica per cani, tv per cani ecc. In tal modo in cane diventa un vero e proprio “giullare ” dell’uomo, che infatti lo apprezza quando “fa ridere”, ed è possibile raccontare gli amici storielle buffe sul suo conto (come se lo scopo della vita animale fosse la comicità); magari poi gli si insegna a fare certi esercizi a comando (un po’ come gli animali da circo).

Resta infine l’argomento decisivo. Qualcuno potrebbe infatti obbiettare, portando esperienze personali o magari dati scientifici, che, nonostante il cane sia privato di beni per noi essenziali, esso è tuttavia felice. Ora, se anche questo fosse vero (ma ne dubito), è comunque irrilevante. Infatti l’agire etico deve prendere in considerazione il rispetto e la dignità oggettiva dei soggetti, non il loro modo di percepirli. Il cane è un essere cosciente e intelligente, e il nostro modo di trattarlo ne lede oggettivamente la dignità; esso è stato ridotto a un vero e proprio schiavo dell’uomo: i cani vengono comprati e venduti, si leggono annunci sui giornali, i figli sono separati dai genitori, si selezionano razze pure, è possibile ucciderli senza serie conseguenze penali ecc. In altre parole, è stato ridotto a una sorta di giocattolo vivente, come è dimostrato dal fatto che i cani sono maggiormente apprezzati quando sono dei cuccioli, allegri e giocosi. Concetti come “avere un cane”, “il mio cane” sono aberranti, così come chiunque riterrebbe aberrante che si possiedano uomini. Da questo punto di vista i negozi di animali sono perfettamente equiparabili alle rivendite di schiavi che esistevano nell’Ottocento. Il termine “padrone”, per indicare la persona a cui fa capo il rapporto con il cane, rivela appunto che tale rapporto non è libero e spontaneo, ma basato sulla violenza e la sottomissione: pur con tutto l’affetto che può essere contenuto nella relazione, deve sempre rimanere chiaro che uno è il padrone e l’altro è il suo oggetto di divertimento, uno comanda e l’altro deve obbedire. E’ una familiarità dettata dalla disuguaglianza.
Il fatto che il cane possa non comprendere e soffrire di questo suo stato miserevole è irrilevante, dato che avveniva anche in passato che gli schiavi si rassegnassero alla loro condizione e magari si affezionassero ai loro padroni, così come oggigiorno le donne che vivono in certe società maschiliste trovano normale la loro condizione di inferiorità. La moderna schiavitù animale è forse ancora più ingiustificabile di quella antica: infatti, mentre gli antichi schiavi venivano utilizzati per lavorare, e quindi per soddisfare dei bisogni materiali primari, i cani vengono detenuti come pura compagnia, per un bisogno secondario e capriccioso.
Bisogna pertanto finalmente distinguere il vero amore per i cani da quello falso. Il vero amore è altruistico, desidera più di ogni altra cosa il loro bene, cioè la loro liberazione dall’oppressione umana. Il falso amore è invece egoistico, vuole innanzitutto il proprio bene: ama il cane perché è carino, o perché è affettuoso, divertente o intelligente, ma lo vuole per sé, non si chiede se è felice nella sua condizione, e non è disposto a lasciarlo vivere secondo natura. Né si pensi che il dominio e l’affetto non possano convivere: Yi-fu Tuan, nel libro citato, ha ben mostrato come questo accadesse in passato ad esempio con i nani e i giullari delle corti principesche, con le donne degli harem o con le mogli-bambine dell’Ottocento, con la violenza dei genitori sui bambini ecc.


Secondo argomento: i danni per la società

L’addomesticamento dei cani da compagnia si traduce in una serie di pregiudizi per la società, derivanti dal mancato adattamento del cane alle nostre regole di convivenza (regole concepite appunto solo per gli uomini). Cominciamo dai danni più diretti e visibili.
Come tutti gli animali, i cani devono fare il loro “bisogni”: ma dove?. Nell’ambiente urbano le soluzioni che i padroni hanno escogitato sono due: o direttamente per strada o in uno spazio di verde. I maleducati che scelgono la prima alternativa contribuiscono a insudiciare vergognosamente i marciapiedi delle nostre città, e a rendere alcune strade peggio di latrine. Questo è già grave per comuni cittadini, disgustati dall’aspetto e dal tanfo delle strade che attraversano, e lo diventa ancor di più per i non-vedenti, i quali, nell’impossibilità di evitare gli “ostacoli”, si ritrovano costantemente le scarpe imbrattate. Ma anche quando è un parco pubblico ad essere usato come bagno gli inconvenienti non mancano: il poco verde a disposizione viene sporcato, con beffa dei cittadini che si siedono ignari sull’erba per poi scoprire la “sorpresa”. Ovviamente i padroni si guardano bene dall’utilizzare la cd. paletta, e anzi deridono quei pochi che la usano.
Altra caratteristica che rientra nel comportamento comune dei cani è esprimersi abbaiando. Non ci sarebbe nulla di male se essi vivessero in campagna e lontano dai centri abitati. Costretti invece a risiedere negli spazi urbani, è inevitabile che disturbino il vicinato con i loro ululati e guaiti prolungati (spesso provocati dall’incuria dei proprietari), impedendo il sonno, la concentrazione o in generale la tranquillità.  Infine i cani, nonostante la snaturalizzazione tenda a renderli docili e imbelli, conservano degli istinti aggressivi, tipici di un’animale che naturalmente si dovrebbe procacciare il cibo colla caccia. A volte tali istinti emergono e si manifestano con atteggiamenti ostili nei confronti degli estranei, incutendo loro paura (ad esempio verso i bambini). A volte i cani realizzano aggressioni vere e proprie: sono migliaia ogni anno le persone ferite da morsi di cani, le quali però spesso non sporgono denuncia. In alcuni rari casi, come ci informa la cronaca nera, tali atti provocano addirittura delle vittime.

Vi sono poi dei danni indiretti provocati dalla convivenza innaturale tra uomini e cani. A livello materiale, l’eccessivo numero di cani, derivante dalla diffusione dell’idea che sia normale possedere un animale da compagnia, costringe a sprecare enormi risorse (per nutrimento, veterinario, dog-sitter…) che potrebbero essere utilizzate per scopi ben più seri, come la lotta alla povertà o la difesa dell’ambiente. Già alla fine degli anni Sessanta si rilevava come negli Stati Uniti più della metà della popolazione possedesse un cane o un gatto; ora il mercato americano dei prodotti per pets vale 25 miliardi di dollari, quattro volte il Pil dell’Etiopia. In particolare vengono sprecate sotto forma di scatolette di cibo per cani (il cui acquisto è diffuso dalla propaganda pubblicitaria) ingenti quantità di carne bovina, così contribuendo allo spreco di risorse agricole e allo sterminio dei bovini.

A livello di mentalità comune, l’addomesticamento divulga tra la gente un falso concetto di amicizia. Si è infatti diffusa l’idea che quello tra uomo e cane sia un vero e positivo rapporto di amicizia. A noi sembra invece come questo rapporto risulti in realtà alienato e distorto. Come è noto infatti il cane ama il suo padrone indipendentemente dal comportamento di quest’ultimo: sia che lo tratti bene, sia che lo tratti male il cane gli resta fedele. Ma può questa veramente chiamarsi amicizia, cioè un rapporto reciproco, o è invece una relazione unilaterale?
In questo modo l’uomo si abitua a considerare l’amicizia un rapporto in cui si vuole ricevere soltanto, senza dare nulla. In realtà il miglior amico dell’uomo non è il cane, ma l’uomo stesso, con il quale soltanto si possono condividere le esperienze più alte (arte, scienza, spiritualità…). Il cane è divenuto un surrogato della compagnia umana: individualista, sempre più incapace di stabilire rapporti profondi con i propri simili, l’uomo moderno, vivendo isolato e in una società dove i contatti fisici sono scoraggiati, ha trovato la soluzione di “comprarsi un amico” (così come si illude di comprarsi l’amore mediante una prostituta). Una amico che gli resta sempre fedele, non richiede sforzi, sacrifici, rinunce, dialogo, compromesso: basta dargli da mangiare, come un robot; se poi muore, si può comprarne un altro, magari che assomigli al primo. Con questa soluzione l’uomo sacrifica la compagnia umana (poiché ogni ora trascorsa con un cane è un’ora in meno trascorsa con un uomo); concede le sue attenzioni agli animali, e magari trascura i propri figli, moglie, genitori, o quelli che hanno bisogno.  La grande socialità dei cani è inoltre responsabile di un curioso fenomeno, che li mette in parte in cattiva luce. Se ci si pensa, l’uomo medio considera normali la dieta carnivora, i vestiti in pelle, la caccia e la pesca, gli esperimenti sugli animali, le modalità di allevamento di bovini e polli ecc. A fronte dell’indifferenza verso la sofferenza degli animali, il cane al contrario (come il gatto) suscita unanimemente simpatia e affetto, tanto che tutti considerano orribile far del male a un cane o magari mangiarlo (mentre poi mangiano il maiale che è altrettanto intelligente). In quanto facilmente addomesticabili, i cani sono stati risparmiati dallo sfruttamento economico o dall’estinzione, destino comune a tutti gli altri animali. Se a ciò si aggiunge l’uso dei cani nella caccia e il loro sostentamento a base di carne bovina, ne risulta il quadro di un animale privilegiato tra tutti gli altri, “traditore” della razza animale, che mercé la propria socialità “si è venduto”, passando dal campo degli oppressi a quello degli oppressori (nella “Fattoria degli animali” di Orwell i cani sono alleati del contadino e nemici degli altri animali).

Questi sono le ragioni della nostra convinzione che il cane da compagnia sia una pessima istituzione. Può darsi che alcune appaiano non convincenti, o esagerate; tuttavia gli argomenti devono essere valutati nel loro insieme, in modo che la forza del ragionamento risulti dalla somma di tutti. Ci si può anche accusare di estremismo: in realtà il nostro discorso unilaterale serve per controbilanciare l’assoluto e dogmatico unanimismo nell’altro senso, che coinvolge anche alcuni presunti animalisti.


Finalità e proposte

Da quanto si è detto consegue che il nostro obbiettivo finale è molto semplicemente la cessazione dell’addomesticamento dei cani per fini di compagnia e della loro subordinazione all’uomo. Essi dovranno vivere liberi e negli ambienti naturali (ovviamente in numero proporzionato all’ampiezza degli stessi, ora sono troppi); il contatto coll’uomo potrà avvenire solo a queste condizioni. Dato che questo obbiettivo, non solo appare del tutto inaudito alla maggioranza delle persone, ma non è mai stata (per quel che ne so) nemmeno teorizzato da alcuno, è ovvio che si potrà realizzare molto lentamente.
Per avvicinarci alla meta, l’Aliando opera in due direzioni. Anzitutto tramite un’azione di inculturazione, diffondendo le nostre idee tra la gente, creando un movimento di opinione in senso contrario alla detenzione di cani (così come si è fatto, con successo, contro le pellicce), ricercando informazioni e promovendo studi su questo argomento, finora praticamente mai approfondito.
In secondo luogo l’Aliando intende battersi per ottenere dai poteri politici “riforme intermedie”. Minimo comun denominatore delle nostre proposte è lo scopo di creare deterrenti al possesso di un cane, in modo da renderlo sempre più scomodo e impopolare (un po’ come è avvenuto negli ultimi anni con il fumo). Ecco alcuni esempi: tassa sul cane, introduzione di una licenza per il loro possesso subordinata a certi requisiti, divieto di tenere cani nei condomini, inasprimento delle sanzioni per disturbi e danni provocati da animali, messa al bando delle razze aggressive; pesanti multe e forti controlli per chi non rispetta norme basilari già in vigore (uso della “paletta”, guinzaglio nei luoghi pubblici, iscrizione all’anagrafe canina), zone “dog free” in cui i cani non possono entrare (come per le auto), divieto di pubblicità di prodotti per cani, stop alle trasmissioni pseudo-cinofile sulle televisioni pubbliche…
Si deve notare che, se mai si dovesse raggiungere il nostro obbiettivo, automaticamente verrebbero risolti una serie di problemi legati all’esistenza dei cani da compagnia, e quindi alla loro eccessiva diffusione. Ad esempio: l’abbandono estivo dei cani sulle autostrade; il problema dell’affidamento dei “trovatelli”; le cattive condizioni in cui si trovano i canili; i maltrattamenti domestici; i combattimenti organizzati tra cani; la caccia stessa (che senza cani sarebbe molto più difficoltosa)…

Il discorso fin qui si è focalizzato sui cani da compagnia (che sono la maggioranza), cioè su quella forma di schiavitù finalizzata a tener compagnia all’uomo. Ma, come nell’antichità greco-romana gli schiavi erano addetti a lavori diversi, così oggi il cane può avere anche altre funzioni, a cui accennerò soltanto. Ai cani da caccia si applicano tutte le critiche riportate, a cui si aggiunge il fatto che servono per perseguitare altri animali. Idem per i cani da guardia (resi ormai anacronistici dai moderni sistemi di sicurezza), a cui si aggiunge il problema della loro maggiore pericolosità. Potrebbero invece rimanere esclusi, da una parte, i cani da pastore a cui, data la loro funzione, viene in genere garantita una sufficiente libertà di movimento e una vita in un ambiente naturale; dall’altra i cani impiegati dalla polizia, dai pompieri ecc. a causa della loro importante funzione sociale.